macerieSu "Nature" uno studio per dimostrare che terremoti molto distanti possono aumentare il rischio di altri terremoti, pur di bassa intensità, attorno alla Terra

Fonte: la Repubblica
di Luigi Bignami

I due terremoti asiatici avvenuti negli ultimi giorni e le successive scosse ripropongono ancora una volta la domanda se i grandi sismi ne possono scatenare altri, anche a notevoli distanze. Se fino a qualche anno fa la risposta era decisamente negativa, ma negli ultimi anni sono apparsi alcuni articoli su riviste scientifiche dove tale relazione non è da escludere in modo assoluto.

Oggi è uscito sull'importante rivista scientifica Nature un articolo dove si dimostra che terremoti molto distanti possono aumentare il rischio di altri terremoti, pur di bassa intensità, attorno alla Terra. Esaminando i dati sismici di 22 anni raccolti attorno alla Faglia di San Andreas (California), in particolare in prossimità della cittadina di Parkfield, uno dei centri più sismici dell'intera frattura, i ricercatori hanno scoperto che dal 2005 vi è stato un aumento di piccoli sismi. Il fenomeno si è innescato proprio a partire dal noto terremoto avvenuto a Sumatra avvenuto alla fine del 2004 e che causò il catastrofico tsunami che portò alla morte di oltre 200.000 persone. Ma un medesimo incremento di piccoli terremoti si ebbe anche a metà degli anni Novanta dopo che un sisma del 7.3 Richter che aveva colpito il deserto californiano, a centinaia di chilometri di distanza da Parkfield.

Come si verificano tali relazioni? "Al momento è ancora un mistero, quel che è certo è il fatto che dopo il sisma di Sumatra del 2004, i terremoti nella Faglia di San Andreas sono diminuiti in intensità e aumentati in numero", ha spiegato Taka'aki Taira, un sismologo dell'Università della California a Berkeley (Usa) e uno dei ricercatori della pubblicazione. Taira ha osservato anche una variazione in una manifestazione chiamata "sismic scattering", un fenomeno per il quale le onde sismiche vengono riflesse in molte direzioni, come quando la luce del sole colpisce uno stagno increspato da onde prodotte dal vento. Tali variazioni potrebbero essere prodotte dal movimento dell'acqua sotterranea presente all'interno delle faglie. "L'acqua infatti, potrebbe lubrificare le fratture stesse dando modo alle tensioni che si producono di liberarsi più frequentemente", continua Taira. Come ciò avvenga nei particolari è ancora molto lontano dall'essere capito e secondo il ricercatore si dovranno ancora fare numerose prove in laboratorio e raccogliere ulteriori dati sul terreno per arrivare ad una spiegazione soddisfacente.

Taira giunge poi ad una conclusione: "Quanto abbiamo osservato a Parkfield dovrebbe accadere anche in altre parti del mondo e forse, il fatto che dal 2005 al 2007 il numero dei sismi sia aumentato un po' su tutto il pianeta starebbe ad indicare che il terremoto di Sumatra ha interessato molte altre faglie della Terra, oltre a quella californiana".

"Le conclusioni di questa ricerca - ha affermato Seth Stein, un geofisico della Università di Evanston, in Illinois- potrebbero spiegare alcuni fenomeni ad oggi insoluti. Un esempio riguarda l'area intensamente fratturata che si trova vicino a St Louis, nel Missuri (Usa). Si tratta di una faglia che nel passato, per oltre 2.000 anni, ha prodotto numerosi violenti terremoti, ma che negli ultimi decenni appare "stranamente" quieta. Anch'essa allora potrebbe essere stata influenzata dal sisma di Sumatra e ancor prima da altri sismi molto violenti avvenuti in altre parti del pianeta che l'hanno fatta diventata più debole rispetto al passato".