GWBisogna puntare sulla formazione e valorizzazione del capitale umano, ma l'università italiana è malata e, senza una cura drastica e repentina, non riuscirà a raccogliere questa sfida

Fonte: La Stampa
di Riccardo Lattanzi

NEW YORK UNIVERSITY
Nel 2005 l'Economist definì l'Italia «il malato d'Europa» e oggi la situazione non è migliorata. Un libro di quest'anno («Talento da svendere») sfata il mito della creatività italiana, ormai in estinzione a causa di scelte politiche che per anni hanno svalutato il talento degli individui. Siamo spacciati? Non ancora. Tutto dipenderà da come sarà la classe dirigente del futuro. Bisogna allora puntare sulla formazione e valorizzazione del capitale umano, ma l'università italiana è malata e, senza una cura drastica e repentina, non riuscirà a raccogliere questa sfida.

I sintomi della malattia si vedono nell'incapacità di far fronte alle esigenze della società: in Italia scarseggiano i laureati e le aziende si lamentano della loro preparazione. La patologia è la mancanza cronica di meritocrazia e il suo decorso si è aggravato per colpa di terapie sbagliate. La cultura non meritocratica è un'epidemia che si diffonde. Se qualcuno viene selezionato per motivi diversi dalle proprie capacità, difficilmente assumerà un collaboratore in gamba che potrebbe farlo sfigurare e così, paradossalmente, tra i candidati migliori, quelli che contano sulle proprie forze per andare avanti sono spesso costretti ad andare tanto avanti da superare i confini: sono migliaia i ricercatori italiani che ogni anno vengono accolti dalle università straniere!

Come per prevenire la malaria si sanano gli stagni, così per combattere il demerito bisogna sanare la stagnazione ideologica e morale. Bisogna ammettere che le nostre università non sono tutte uguali e bisogna classificarle per premiare le migliori. Lo stesso vale per professori e studenti. In Italia, però, parlare di disuguaglianza tra individui è un tabù e, invece, quasi mai ci si batte per garantire un'altra uguaglianza, quella delle opportunità, che permette ai più bravi di valorizzare il proprio talento. Servono misure radicali.

Il primo passo per la creazione di un «ranking» nazionale delle università è l'eliminazione del valore legale della laurea. Poi bisognerà finirla con i finanziamenti a pioggia, lasciando un minimo garantito a tutti e destinando una buona percentuale delle risorse agli atenei più meritevoli. Il merito si stabilirà in base al valore delle pubblicazioni, al numero dei brevetti e alla qualità della didattica, quest'ultima misurabile attraverso le valutazioni degli studenti ed il monitoraggio delle carriere dopo la laurea. Se il risultato sarà che i fondi di ricerca si concentreranno in pochi centri di eccellenza, ben venga, perché per stare al passo con il mercato globale della conoscenza servono team multidisciplinari e tecnologie costose.

La classifica degli studenti andrà fatta sia all'ingresso, con test attitudinali, sia all'uscita, per dare alle imprese la possibilità di scegliere i migliori. Dall'altro lato, le valutazioni dei professori saranno efficaci solo se si adotterà il concetto di «accountability», ovvero la responsabilizzazione degli individui, un'idea alla base di ogni sistema meritocratico e alla quale l'Italia sembra allergica. Se un professore si circonderà di ricercatori poco preparati, il suo gruppo non produrrà risultati e non dovranno arrivare fondi. Al contrario, chi sceglierà collaboratori meritevoli avrà più soldi e diventerà ordinario in fretta.

Per arrivare ad una situazione del genere è necessario riformare la «governance» delle università ed introdurre un sistema di «peer review» per l'assegnazione dei fondi alla ricerca. Infatti, tranne qualche eccezione, gli organi di governo delle università italiane sono controllati da docenti interni. Significa che la distribuzione delle risorse è decisa da corporazioni di professori, le quali, di fatto, hanno anche il compito di vigilare che le risorse siano distribuite ed utilizzate in modo giusto. E' chiaro che in un simile modello ognuno cerca di portare acqua al proprio mulino e prevalgono mediazioni di interessi interni, a scapito di scelte meritocratiche. Una soluzione, già adottata nelle principali università del mondo, è quella di separare le competenze, istituendo un «board of trustees», una sorta di consiglio di amministrazione, che gestisce in autonomia il bilancio dell'ateneo ed è formato da membri esterni o da professori interni affiancati da esperti dell'industria e della finanza. Il rettore è un amministratore delegato, che ha il compito di soddisfare gli azionisti e che, se non vuol essere licenziato, deve premiare gli individui e le idee migliori.

Per un cambiamento in questa direzione, è necessario riformare il meccanismo ridistributivo. Un tentativo interessante sarebbe quello di erogare i finanziamenti non ai dipartimenti o agli enti pubblici, ma direttamente ai progetti di ricerca più validi.

Il governo ha i numeri per approvare una riforma incisiva del sistema universitario e non deve sprecare l'occasione. Una timida sterzata è arrivata con il decreto legge 180 del 10 novembre, che prevede che almeno il 7% dei finanziamenti alle università per il 2009 venga erogato in base a criteri qualitativi. E' auspicabile che questa percentuale cresca, perché, impostata la virata meritocratica, sono convinto che altre riforme arriverebbero naturalmente, come la modifica del metodo di reclutamento dei professori, che deve diventare più trasparente e flessibile, per lasciare agli atenei la libertà di andare a caccia di talenti. Non solo, in un sistema fondato sul merito avrà più senso aumentare i fondi all'università, perché si avrà la certezza di utilizzare in modo giusto le risorse. Allora non resta che praticare iniezioni di meritocrazia e sperare che il paziente Italia reagisca alla cura.

Chi è Lattanzi Bioingegnere
RUOLO: E’ RESEARCH FELLOW PRESSO IL «CENTER FOR BIOMEDICAL IMAGING» DELLA NEW YORK UNIVERSITY - LANGONE MEDICAL CENTER
RICERCHE: RISONANZA MAGNETICA