Bob Dylan Premio Nobel per la Letteratura: «La sua canzone è poesia»L’Accademia di Stoccolma ha riconosciuto valore letterario universale ai testi composti dal musicista americano per oltre mezzo secolo. Ogni canzone una risposta epocale

Fonte: Corriere della Sera
di Sandro Veronesi

A metà degli anni Settanta, con l’esplodere del fenomeno delle radio libere, mi ritrovai insieme ad altri ragazzi a condurre programmi radiofonici. La libertà sperimentata in quell’esperienza non l’ho mai più conosciuta, e fu origine di un’autentica eruzione di idee, in tutti noi, tutti i giorni, di tutti i tipi. La maggior parte di quelle idee era abbastanza scadente, ma almeno una era buona: commentare un fatto rilevante del giorno con una canzone di Bob Dylan.

Era appena uscito Desire, dunque era il 1976: Dylan aveva 35 anni e non era ancora arrivato a metà della sua attuale discografia, eppure, per uno che, come me, sapeva a memoria ogni sua canzone, aveva già scritto e cantato versi che, nella propria poetica in-determinatezza, suonavano appropriati per tutto. Venivano bruciate le copie di Ultimo tango a Parigi? Idiot wind. Colpo di stato di Videla in Argentina? Master of War. I cortei femministi? The times they are a-changin’. Muore il boss di Cosa nostra Carlo Gambino? Joey. La nube tossica di Seveso? A Hard Rain’s a-gonna fall. E via e via e via. Funzionava.

Quarant’anni dopo l’Accademia di Svezia ha conferito a Bob Dylan il premio Nobel per la letteratura — «per aver creato», dice la motivazione, «nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana»: e se qualcosa suona fuori proporzione, qui, non è certo il premio, ma proprio la motivazione, invero assai riduttiva. Da oltre cinquant’anni l’influenza di Bob Dylan sulla cultura occidentale è incalcolabile, come incalcolabile è il numero di opere letterarie, in prosa o in poesia, che hanno tratto ispirazione dal suo lavoro, o la quantità di titoli «rubati» alle sue canzoni. Perciò, per quanto illuminata appaia la scelta fatta a Stoccolma (le cronache dicono che l’annuncio è stato accolto con un boato dal pubblico presente in sala), c’è da chiedersi perché questo riconoscimento non sia arrivato prima.

Era il 1996, infatti, quando il professor Gordon Ball del Virginia Military Institute scriveva alla Reale Accademia, di cui era membro, per candidarlo al Nobel. L’iniziativa trovò l’appoggio di altri professori e letterati, venne riportata dalla stampa di tutto il mondo, fece abbastanza scalpore, ma alla fine fu presa per una specie di provocazione.

Eppure la motivazione con la quale Gordon Ball accompagnava la proposta sembra il calco originale, più nobile e articolato, di quella utilizzata il 13 ottobre dall’Accademia: «Per l’influenza che le sue canzoni e composizioni», scrisse, «hanno avuto in tutto il mondo. Egli ha restituito dignità alla tradizione orale. Dagli inizi degli anni Sessanta ha creato, in parole e musica, un universo illimitato, che ha pervaso il globo». Con tutta evidenza Gordon Ball non stava provocando, e dopo undici anni, nel 2007, ha pubblicato sulla rivista «Oral Tradition» un saggio intitolato Dylan e il Nobel, nel quale rinnovava la sua proposta e la argomentava molto seriamente partendo dai due criteri indicati dallo statuto per l’attribuzione del premio, stabiliti da Alfred Nobel stesso: avere massima rilevanza in campo idealistico ed essere di beneficio per l’umanità. Dopodiché si è disteso in un erudito excursus storico nel quale ricorda la stretta relazione che ha sempre legato insieme la musica e la poesia, la fondamentale funzione poetica svolta dall’oralità, e la uncompromising integrity richiesta al poeta perché la sua opera possa svolgere una funzione universale. Alla fine del saggio l’identikit del premiato ideale coincideva con il ritratto di Bob Dylan senza che fosse stata fatta una sola forzatura retorica. Altro che provocazione.

Dovevano tuttavia passare altri nove anni, per un totale di venti, prima che, il 13 ottobre, l’Accademia recepisse il messaggio e assegnasse il premio a uno dei suoi più naturali candidati. Nel frattempo l’alloro è andato ad altri «letterati irregolari»: a Dario Fo nel 1997, a Harold Pinter nel 2005, a Svetlana Aleksievic l’anno scorso, così come in precedenza era andato a non-letterati come Bertrand Russel (1950) e Winston Churchill (1953). E, sempre nel frattempo, Bob Dylan ha ricevuto il premio Principe delle Asturie (2007), il premio Pulitzer (2008), la National Medal of Arts (2009), così come nel 1963 il Premio Tom Paine, assegnato in precedenza a due premi Nobel come Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre.

Insomma, se vogliamo sprecare tempo, dedichiamolo a giustificare oltre la decisione comunicata il 13 ottobre a Stoccolma; se invece vogliamo spenderlo utilmente, chiediamoci perché l’Accademia di Svezia ha impiegato così tanto a prenderla, e perché alcuni importanti scrittori (che possiamo letteralmente definire «più realisti del re») hanno subito levato gli scudi per protestare. Tra essi colpisce la furia di Irvine Welsh (Trainspotting, Colla, La vita sessuale delle gemelle siamesi), che ha parlato di «un premio pieno di nostalgia mal concepita, strappato dalla prostata rancida di senili hippy farfuglianti». Immagino che la ragione abbia a che fare con le argomentazioni demolite da Gordon Ball nove anni fa — la Tradizione, i confini violati della letteratura eccetera —, ma l’autogol, in questo caso, risiede nel fatto che la sua protesta Welsh non l’ha affidata a un saggio o a un articolo di giornale pur precipitosamente scritti, ma a Twitter.

Certo, ci sono gli altri candidati, quelli che per quest’anno rimangono a bocca asciutta. C’è la delusione dei sostenitori di Philip Roth, di Murakami, di Joyce Carol Oates, di Adonis, di Don De Lillo, di Ngugi Wa Thiong’o: tutti scrittori formidabili, con le carte in regola per ritrovarsi tra i favoriti anche nei prossimi anni. Ma cosa ci sia da protestare è difficile da capire. Viene più facile ricordare le parole di un famosissimo non-premio Nobel, Jorge Luis Borges, che per molti anni è stato dato per favorito e quando arrivava l’annuncio dell’assegnazione del premio a qualcun altro veniva tempestato di richieste di un commento: «Vedete, il premio Nobel non toglie nulla agli scrittori che non lo vincono».

Resta la speranza che, dopo l’assegnazione di questo premio, molte più persone nel mondo si mettano ad ascoltare Bob Dylan con attenzione: non più solo il sottofondo di qualche altra occupazione, o il recipiente sonoro di tanti bei ricordi, ma un lunghissimo filo di parole che in cinquant’anni ha svuotato i mari e mosso le montagne.

Già, le sue parole. Come quelle raccolte dal critico inglese Christopher Ricks, definito da V.H. Auden «esattamente il genere di critico che ogni poeta sogna di trovare», professore a Oxford e alla Boston University, specialista di T.S. Eliot, Tennyson, Milton, del verso vittoriano e — be’, sì — di Bob Dylan. Nel virtuosistico libro intitolato Dylan’s Visions of Sin, in cui analizza i suoi testi in chiave biblica, raccoglie una gran quantità di frasi fulminanti pronunciate da Dylan in disparate occasioni. Una di esse è perfetta per finire questo articolo: «Non sono le melodie a essere importanti, gente, sono le parole».

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