privacy“Birds of a feather flock together”, gli uccelli dello stesso tipo volano insieme, dicono poeticamente gli inglesi. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, si dice nel Bel Paese. Ma la sostanza è la stessa: conoscere meglio qualcuno in base alle sue frequentazioni

Fonte: New Blog Times
di Federico Guerrini

Niente di strano, dunque, che vista l’esplosione di popolarità dei social network due studenti del Massachusetts Institute of Technology (MIT), Carter Jernigan e Behram Mistree, abbiano pensato di applicare l’antica saggezza popolare al Web, creando una versione on line del Gaydar.  Il “gaydar” è quella specie di radar che consentirebbe, a loro dire, agli omosessuali di dire a colpo d’occhio se una persona è gay.

Gli studenti hanno prima analizzato i contatti su Facebook di 1.544 maschi che si dichiaravano eterosessuali, 21 bisessuali e 33 gay, scoprendo che gli appartenenti al terzo gruppo avevano proporzionalmente più amici gay degli altri. Poi hanno effettuato lo stesso esperimento su 947 profili di uomini che non avevano dato indicazioni sulle proprie preferenze sessuali e cercato di dedurre queste ultime sulla base dei loro “amici”. Non potendo chiedere direttamente ai soggetti del loro campione alcuna informazione sulle tendenze sessuali, per controllare le predizioni del computer si sono basati sulla conoscenza personale di dieci individui, omosessuali non dichiarati. In tutti i dieci casi il software di analisi aveva fatto centro, “smascherando” gli interessati.

L’esperimento è stato riportato dal Boston Globe come un ulteriore riprova dei rischi per la privacy che possono provocare i social network e ha fatto in breve tempo il giro del Web.

In realtà, per certi versi, si sarebbe tentati di classificare la notizia come una bufala. Prima di tutto, perché l’esperimento risale al 2007 e non è mai stato reso pubblico in quanto i due studenti, che nel frattempo si sono laureati, sperano di pubblicarlo su un giornale di settore. Neanche i giornalisti del quotidiano statunitense ne hanno avuto copia, ma si sono limitati a intervistarne gli autori. In secondo luogo, il campione esaminato è troppo piccolo: come ricorderà chi ha seguito la vicenda dei dati falsati del Ministro Brunetta, la statistica è una scienza seria. Per avere risultati attendibili (anche se mai del tutto certi), occorre seguire regole ben precise e 10 soli riscontri appaiono davvero ben misera cosa.

Il fatto di aver considerato soggetti gay, poi, sembra fatto apposta per fare “notizia”: nel nostro mondo ancora pruriginoso e puritano avere gusti sessuali diversi dalla maggioranza, è ancora qualcosa che fa scalpore.

Tuttavia, come lo stesso Globe riporta, quello del MIT non è l’unico esperimento del genere. Murat Kantarcioglu, docente di Computer Science presso l’Università del Texas, assieme a un suo studente ha analizzato 167.000 profili e 3 milioni di link appartenenti alla rete Dallas-Fort Worth su Facebook, cercando di dedurre le preferenze politiche del campione in base a tre parametri: le informazioni pubblicate nel profilo, la rete di contatti e un misto dei primi due. Alcuni elementi, come il tipo di gruppi a cui si è iscritti o il genere di musica preferita, si sono rivelati utili per indovinare le inclinazioni politiche. Anche la rete amicale ha fornito utili indicazioni e, neanche a dirlo, i migliori risultati li hanno ottenuti combinando i due approcci.

Questo e altri lavori simili consentono di comprendere un concetto importante: non è vero – come sostengono gli artefici di Facebook e altri – che basta dare agli utenti il controllo su quali informazioni condividere e quali no. Si possono rivelare molte cose su di sé in maniera inconsapevole, semplicemente sulla base della propria appartenenza.

Lo stanno scoprendo a loro spese anche gli evasori fiscali a stelle e strisce, i cui profili nei social network, come racconta il Wall Street Journal, sono stati messi sotto la lente di ingrandimento da parte dell’IRS (Internal Revenue Service, l’agenzia per le entrate americana). I solerti funzionari chiedono l’amicizia alle loro “vittime” per potergli fare meglio “i conti in tasca”.

C’è anche un altro aspetto da considerare: i dati che si inseriscono on line sono potenzialmente eterni. Certo, è possibile cancellarsi da Facebook (anche se non è semplicissimo), ma chi potrebbe mai assicurare che le proprie informazioni siano effettivamente distrutte? Inoltre, più diventa importante il ruolo dei social network anche nella vita reale, e più opportunità, lavorative o relazionali che siano, si rischia di perdere non facendovi parte.

Se è consentito un piccolo parere personale di chi scrive, tutta la questione della privacy on line sembra sia affrontata da una prospettiva in parte errata. Non è pensabile blindare tutto quello che si immette in Rete: è giusto e doveroso proteggere quelle informazioni (carta di credito, telefono, ecc.) che possono essere usate per un furto d’identità o altre azioni criminali. Non sembra, invece, ragionevole alzare troppe saracinesche per nascondare i propri gusti, le proprie preferenze politiche, sessuali e via dicendo. Per quale motivo, con che diritto, le proprie scelte devono essere oggetto di disciminazione, lavorativa o sociale? Il punto sembra invece essere un altro: c’è la diffusa sensazione di vivere in una società sempre meno aperta, sempre più intollerante e bigotta (specie in Italia) e si tende a trasferire questi timori sulla Rete. Basta leggere il post di Vittorio Zambardino, su Repubblica.it, per rendersi conto del clima di terrore preventivo che aleggia nell’aria.

Invece di aver paura della tecnologia, sarebbe forse meglio lavorare su sé stessi. E rafforzare il principio della libertà d’espressione, dentro e fuori la Rete, combattendo i pregiudizi che ancora persistono.  Alla fine, come diceva quel greco, “l’uomo è la misura di tutte le cose”. E non c’è algoritmo che tenga.