fuoricorsoSicuramente laurearsi in corso e con voti alti è importante, ma non è sempre indice di qualità nello studio e nel lavoro. Spesso vince la furbizia sulla bravura, soprattutto agli orali

Fonte: Il Messaggero
di Rita Cautela

"Fuori corso", stella di David sul curriculum vitae. Sei fuori corso e allora non conta più chi sei e cosa hai fatto nella tua vita. Non contano i libri che hai letto, i lavori e i viaggi che hai fatto, le persone che hai conosciuto, non contano le abilità che hai acquisito, non la tua vivacità intellettuale... tutto ciò non ha indici di riferimento e allora accade che F.C. sia sinonimo di inconcludente. E' un marchio di cui vergognarsi e che se tutto va bene, ti escluderà da un lavoro di prestigio, a meno che tu non possa contare su "conoscenze" e parentele. Se va male, ti farà sentire un inadattato e ti farà cadere in depressione.

Era l'inizio di novembre 2008 quando un giovane professore (Michel Martone) avvertiva nel suo blog. "L'università italiana non funziona anche perchè è intasata da migliaia di studenti fuori corso(..) da noi i fuori corso sono troppi e non sono penalizzati in alcun modo(...): perchè non premiamo gli studenti che si laureano in corso, penalizzando con un aumento delle tasse universitarie, quelli che non fanno esami da anni? Ovviamente, facendo attenzione a non penalizzare quelli che non hanno potuto studiare, per problemi seri come malattie o lavoro. Che ne pensate?"

Già, che ne pensate? Ma prima di ciò, domandatevi se sapete chi si nasconde dietro l'acronimo F.C. Per dirla in termini presi a prestito dalla psicanalisi, è "un tipo sociale", abbastanza vicino al "border line". Spesso è un individuo molto sensibile, che non regge al distacco da casa, alle aspettative dei genitori, che non si stima abbastanza, che ha paura di fallire ed è allora incerto se buttare la spugna o recuperare le proprie ambizioni. Sa che il "pezzo di carta", ancora oggi, fa la differenza perchè in Italia il "dottore" occupa un gradino sociale più alto. Non importa, poi, se molti laureati non conoscano bene la grammatica italiana,o peggio siano inadatti al mercato del lavoro.

Aumentare le tasse dunque, ma farlo senza violare un principio di equità. Deve aver pensato in questi termini la Sapienza, il mega ateneo romano con i suoi 51102 fuori corso. L'università romana ha pensato di mettere a punto un programma denominato "laurea tutoring" che consiste in corsi di recupero e docenti tutor per tenere un contatto più diretto con gli studenti. Si tratta di un iter personalizzato che consente di arrivare in tre anni alla laurea, dopodichè scatta l'aumento delle tasse del 50%. Per chi non accetta questo percorso, scatta l'incremento delle tasse universitarie già dall'anno accademico 2010/2011. Con delle piccole diversificazioni tra gli studenti del vecchio e del nuovo ordinamento, in sostanza è una "mano tesa" verso chi è rimasto indietro.

L'ateneo romano si era già contraddistinto in passato per l'istituzione di un servizio di consulenza piscologica rivolto agli studenti, seguendo l'esempio di un'altra università romana, la Luiss Guido Carli. Quest'ultima è stata la prima a dotarsi di un programma di sostegno psicologico, "Luiss ti ascolta", uno spazio di ascolto e riflessione per favorire, attraverso il dialogo, il superamento di momenti di difficoltà o confusione facendo leva sulle risorse e potenzialità personali.

Sicuramente laurearsi in corso e con voti alti è importante, ma non è sempre indice di qualità nello studio e nel lavoro. Spesso vince la furbizia sulla bravura, soprattutto agli orali. Ad esempio è una prassi consolidata quella del professore che, per non interrompere la media, reitera il voto precedente, magari di quello studente che lo ha seguito per mesi, sedendosi in prima fila e annuendo alle lezioni come un cagnolino ammaestrato. Se non esistesse il titolo legale in una assunzione aperta a molti, ad esempio, non si considererebbero gli anni di studio, ma si richiederebbe solo la dimostrazione del fatto che si sa svolgere quella determinata mansione o meno.

Ma siamo sicuri che si è fuori corso solo perchè si è troppo sensibili, rinunciatari, dispersivi? Oggi le università italiane, complici i tagli agli investimenti, offrono tanta teoria e poca pratica. Il progresso dovrebbe partire dagli investimenti e non da chi paga per apprendere. Nelle università private si ottiene di più perchè le attività sono lautamente compensate. Succede che si diffonda la sfiducia nelle università delle regioni del sud, nella convinzione che gli atenei di Roma, Pisa, Bologna, Milano, tanto per citarne alcune, garantiscano un futuro migliore. Se vogliamo prendere ad esempio sistemi che si basano sulla meritocrazia, guardiamo al Giappone o agli Usa che investono notevoli risorse per le loro università e che mettono la ricerca al centro della propria economia.

Chi desidera studiare ha diritto di svolgere il suo percorso formativo come e quando gli pare, non si può vietare il diritto a studiare e addirittura sanzionarlo. Andrebbero sanzionati invece i docenti assenteisti, i sistemi informatici che non funzionano, i relatori irreperibili per finire la tesi, le poche sessioni di laurea raddoppiate solo per i "3+2". In altri Paesi ai docenti "fannulloni" o "incompetenti" viene dato il benservito se la valutazione del loro operato è negativa (rilevazione fatta attraverso la compilazione di questionari, cui gli studenti rispondono in anonimato). In Italia invece, il professore universitario è "intoccabile", per non parlare delle baronie e delle consorterie che sono il vero cancro delle università.

Gli studenti fuori corso pagano già più tasse di quelli in corso, semplicemente perchè si iscrivono per più anni. Inoltre in genere, non essendo frequentanti, devono fare i conti con il cambiamento di programmi, l'obsolescenza degli esami. Un fuori corso non può mostrare di avere una laurea ad un eventuale colloquio, nè quindi può aspirare a completare la propria formazione sul campo. Scrive giustamente una studentessa "su 100 persone dello stesso corso e dello stesso anno di iscrizione, se ne laureano in tempo solo 30/35, le altre, scaduto il tempo massimo, dovrebbero andar via dall'università. Intanto avranno 25/26/27 anni e andranno ad elemosinare lavoro.

Qui in Italia siamo messi male con il favoritismo, quindi se non disponiamo di posizioni sicure in famiglia, siamo destinati a diventare gente nulla facente. Una famiglia di un fuori corso, reddito medio 3000€ al mese, con un fitto da pagare o peggio un mutuo, non potrebbe più aiutare il figlio e questo lo costringerebbe a cercare un lavoro. Resoconto del bilancio: meno cultura, più disoccupazione, meno competenze e meno competizione per l'Italia a livello mondiale".