Infermieri per sfida personale: passione o convenienza?Quali sono le motivazioni che spingono un giovane a diventare infermiere?

Fonte: Nurse24.it
di Domenico Perna | Infermiere

La professione infermieristica è da un po’ di tempo una delle professioni più chiacchierate e a quanto pare anche una delle più desiderate e ambite. Nel corso degli anni il numero di infermieri italiani è aumentato vertiginosamente e questo dato è testimoniato da alcuni dati raccolti e riportati sul sito www.ipasvi.it: all’inizio degli anni 2000 il numero di infermieri ogni 1000 abitanti era di 5,9 per poi passare al 6,1 nel 2005 fino ad arrivare ad un ben più incoraggiante 6,6 nel 2011 ultimo anno di osservazione disponibile. Sicuramente nel corso degli anni il numero avrà avuto un ulteriore accelerata vista la grandissima quantità di candidati che ogni anno rimane escluso dalla selezione per accedere al corso di laurea nelle varie università. Facendo fede ai dati sopra citati, nonostante l’incremento degli infermieri nella popolazione, l’Italia rimane comunque ad un bassissimo diciottesimo posto dietro a nazioni certamente meno quotate, segno che negli anni addietro la professione infermieristica era una delle meno appetibili dalla popolazione.

La stessa cosa certamente non si può dire ai giorni nostri. Gli stimoli, le motivazioni che possono portare un individuo a diventare un infermiere sono molteplici: sfida personale, curiosità di scoprire un mondo totalmente nuovo, passione, amore verso il prossimo, intraprendere la strada di un genitore o di un parente stretto già infermiere, e nell’era moderna purtroppo anche delle motivazioni esclusivamente economiche.

Da alcuni anni in Italia si è diffusa la voce che “se ti laurei in infermieristica, trovi lavoro facilmente”. Una voce per alcuni tratti veritiera e condivisibile dall’opinione pubblica, visto che il rapporto di Almalaurea del 2015, riportato dal sito www.ipasvi.it, ha evidenziato di come i neo laureati in infermieristica e nelle materie giuridiche dopo un anno dalla laurea hanno la percentuale di occupazione più alta, ovvero il 61% e il 65%, ma per alcuni tratti assolutamente falsa visto il grandissimo numero di disoccupati anche nell’ambito infermieristico soprattutto nel meridione.

C’è da dire però che il nostro Sistema Sanitario Nazionale così come riportato dal Collegio Ipasvi, nel 2006 riportava la carenza di circa 60.000 infermieri in tutto il territorio nazionale e per questo è stata incentivata l’apertura del corso di laurea in infermieristica nelle varie università pubbliche e private. Nonostante ciò però tardano ad arrivare le assunzioni e i giovani infermieri italiani preferiscono imboccare la strada dell’estero oppure ripiegare su lavori precari e sottopagati dove vige il malcontento generale e quindi anche la qualità dell’assistenza è senza dubbio influenzata.

Già è proprio la qualità dell’assistenza che poi alla fine interessa a noi infermieri e al sofferente. E’ qui che entrano in gioco le motivazioni di cui si parlava prima, perché se c’è passione, rispetto verso la persona, amore e pazienza nell’ascoltare e capire le esigenze di cui il nostro sofferente ha bisogno, la qualità dell’assistenza non potrà che essere ottima e quindi portare sollievo e gioia al paziente. Se invece si è lì, in un posto in cui si lavora male, le motivazioni vengono meno e l’unico obiettivo rimane lo stipendio a fine mese, la qualità dell’assistenza sarà scadente e deficitaria per poi assistere ai casi di cronaca nera che negli ultimi giorni hanno visto purtroppo alcuni infermieri protagonisti.

Quindi è bene pensarci due volte prima di intraprendere la tortuosa strada dell’infermieristica, perché dopo i libri e le ore di lezione, arriva il contatto diretto con il sofferente e in quel caso non ci si può più tirare indietro.