Università, trent’anni di Erasmus. Il papà del progetto: non va traditoLenarduzzi: come Schengen, un dietrofront sarebbe fatale all’Europa

Fonte: Quotidiano.net
di Francesco Gerardi

Mentre l’Unione europea è alle prese con i muri e le divisioni acuite dal dramma migranti, con la risposta in ordine sparso al terrorismo, con l’ipotesi Brexit (e il riaccendersi del caso Grexit), ieri a Montecitorio è andata in scena la celebrazione della Festa d’Europa, a trent’anni dalla nascita di un programma che, paradossalmente, ha unito gli europei più di quanto hanno saputo fare la politica e l’economia: si tratta dell’Erasmus. Davanti a 800 ragazzi riuniti alla Camera, il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, ha ricordato che "solo l’1,8% dei ragazzi" vi partecipa. «Non basta – ha incalzato – dobbiamo fare di più per stimolare gli stati nazionali a far sì che questo sia il vero progetto rivoluzionario dell’Europa che vogliamo continuare a costruire». Proprio oggi, il re di Spagna (il Paese più gettonato dagli studenti stranieri) premierà Sofia Corradi, la donna italiana, 82enne, ex docente universitaria, che si battè per far nascere Erasmus. Di seguito, invece, un salto nel passato fino alle origini del programma nato trent’anni fa e utilizzato da circa 4 milioni di giovani che hanno usufruito di borse di studio per un periodo di università all’estero. Parla il ‘papà’ dell’Erasmus. Si tratta del funzionario della Commissione europea Domenico Lenarduzzi, che si è battuto per convincere tutti gli Stati membri a dare il via al progetto.

"In fin dei conti siamo stati l’agenzia matrimoniale più grande del mondo, non trova?". Sorride Domenico Lenarduzzi, direttore onorario della Commissione europea, l’uomo che tutti chiamano ‘il padre del progetto Erasmus’. La voce è flebile, la salute non più di ferro, ma il ricordo della battaglia condotta per vincere le resistenze di molti governi, ministri delle finanze e rettori, scettici verso l’idea di una mobilità degli studenti del vecchio continente, è molto vivo anche a distanza di trent’anni.

In questi ultimi mesi stiamo assistendo alla crisi del trattato di Schengen. È preoccupato?
"Guardi, io sono un ottimista per carattere. Ma non le nascondo di essere molto deluso e triste. È stato Jacques Delors l’ultimo grande leader europeo. Dopo di lui non c’è stata più visione. Nei politici di oggi manca quello stesso entusiasmo, quel senso di missione e dedizione all’ideale di un comune destino europeo che avevano i grandi europeisti del passato".

I leader di oggi invece come sono?
"Oggi vogliono solo fare carriera. L’Erasmus è il simbolo dell’integrazione europea, di una rivoluzione nella mentalità. E anche Schengen lo è: io non mi rassegno a credere che si voglia fare marcia indietro su questo. Sarebbe un tradimento".

Cosa manca alla generazione al potere in questi anni per somigliare agli statisti dei suoi tempi?
"Manca una forte personalità politica che impedisca che ci si rinchiuda di nuovo all’interno dei confini nazionali, e in noi stessi. Non si può mettere in discussione il principio della libera circolazione: i cittadini europei non lo accetterebbero mai".

È stato difficile convincere i vertici politici europei di allora che l’Erasmus era una cosa buona?
"Sì, non fu una passeggiata. In teoria il progetto veniva sempre accolto bene, però all’atto pratico sorgevano difficoltà, soprattutto finanziarie".

Chi era più recalcitrante?
"Molto tiepidi erano in genere i ministri delle finanze. Anche i rettori dei grandi atenei all’inizio non volevano collaborare. Sa, rivalità fra università...".

E gli Stati?
"Gli Stati che fecero più muro furono quelli del Nord, in particolare la Danimarca. Non volevano mettere mano al portafoglio. Ma anche la Francia, all’inizio, da quell’orecchio non ci voleva sentire".

Come li convinse?
"Feci pressione sulla Danimarca che alla fine cedette, forse per non fare brutta figura. Per ottenere il sì francese, invece, fu fondamentale l’aiuto di uno studente, Franck Biancheri, fondatore dell’associazione Aegee, che a una cena all’Eliseo si sedette vicino a François Mitterrand e non fece altro che parlargli di mobilità europea degli studenti. Alla fine Mitterrand cedette: era esasperato!".

Ma perché per lei era così importante il progetto Erasmus?
"Vede, io sono nato in una famiglia molto povera. Riuscii a studiare grazie ai Gesuiti. Questa esperienza mi ha segnato: credo che tutti gli studenti d’Europa debbano avere la possibilità di accedere al meglio dell’educazione del continente. L’Erasmus dovrebbe essere obbligatorio".