carrelloDopo tanti annunci senza seguito, il finanziamento delle università dovrebbe cominciare davvero a cambiare pelle e iniziare dall'anno prossimo a premiare i risultati dei singoli atenei

Fonte: Ilsole24ore.com
di Gianni Trovati

Il decreto Gelmini, appena votato dal Senato e ora alla Camera, prevede nel 2008 di dedicare agli incentivi poco più di 500 milioni, cioè il 7% del Fondo ordinario, ma nei prossimi anni la quota dei premi dovrebbe salire fino al 30 per cento. Se non si raffinano gli indicatori, però, gli incentivi potrebbero finire nelle mani sbagliate. Perché il modello attuale per l'attribuzione dei fondi competitivi ha dei difetti che finora solo l'esiguità di questi incentivi ha reso ininfluenti. Domani, però, la situazione potrebbe cambiare.

Nell'università italiana, infatti, spesso i numeri non sono ciò che sembrano. I crediti assegnati nel corso di un anno, ad esempio, sono un indicatore di «produttività» degli atenei, e il modello per il finanziamento competitivo li premia. Giustamente, ma solo fino a un certo punto. Perché in un anno l'università distribuisce circa 900mila crediti che non nascono dagli esami: sono quelli riconosciuti a chi si immatricola in base alla «esperienza» professionale che il neo-studente può vantare, e che viene trasformata in esami "abbuonati" senza un criterio uniforme.

Un provvedimento del 2007 ha vietato le convenzioni, che erano fiorite fra università e ordini, realtà professionali e addirittura ministeri e sindacati per l'attrattiva delle lauree facili, e ha fissato un tetto massimo di 60 crediti riconoscibili all'immatricolazione, ma nonostante tutto la pioggia di crediti è continuata (si veda Il Sole 24 Ore del 22 novembre).

Il picco della generosità si incontra negli atenei telematici, in cui nel 2006/07 sono stati abbuonati tra i 200 e i 750 crediti ogni mille (per qualcuno il dato dei crediti totali non è disponibile per errori nella compilazione dei "form" inviati al ministero), mentre tra le università tradizionali il primato è a Chieti (su cui si veda l'articolo in basso) ed Enna: «Con la stretta del 2007 – spiega il direttore amministrativo dell'ateneo siciliano – abbiamo cancellato tutte le convenzioni, che avevamo stretto soprattutto con la Pa. Anche oggi il riconoscimento riguarda in genere dipendenti pubblici, e si attesta intorno ai 30 crediti».

In qualche caso, poi, la generosità della spinta iniziale ai libretti può cercare una spiegazione delle caratteristiche dei singoli atenei: «I nostri iscritti sono tutti lavoratori – spiegano ad esempio dalla Mercatorum, emanazione delle Camere di commercio –, e concediamo crediti solo per attività formative riconosciute, respingendo anche molte delle richieste che ci arrivano». La chimera dei crediti senza libri, infatti, ha fatto presa in molti, creando una spinta che spesso le università hanno assecondato per guadagnare iscritti (con le relative tasse). Non tutte, ovviamente, visto che la pioggia di riconoscimenti non ha toccato molti atenei, dai Politecnici alla Sapienza di Roma, dalla Cattolica o dalla Bocconi di Milano, a Padova e alla Calabria.

Accanto a chi ne ha troppi, un altro nodo dell'università (e dei tentativi di finanziare il merito) è rappresentato da chi di crediti ne ha troppo pochi. Sono gli studenti "inattivi", cioè quelli che pagano le tasse ma in un intero anno accademico non si sono nemmeno avvicinati a un esame o a una verifica parziale e hanno lasciato inalterato il libretto. In Italia, sono in questa condizione 376mila studenti, uno su cinque. Il problema scompare solo nelle principali università non statali (anche perché le rette sono un ottimo argomento per accelerare gli studi) e negli atenei monosettoriali, soprattutto di area medica, ma accomuna la maggior parte delle realtà statali, dal Nord al Sud.

«Si tratta di un difetto strutturale – conferma Marco Pasquali, rettore a Pisa – che i nuovi ordinamenti non hanno risolto perché le università non hanno messo in atto un'efficace attività di orientamento». Nel caso degli studenti inattivi il valore aggiunto offerto dall'ateneo è pari a zero, ma il loro numero gonfia i criteri sui quali attribuire i premi. «Il modello – spiega Pasquali – va ripensato: la ricerca deve pesare almeno per il 50% (oggi è al 30%, ndr), e va misurata in base alle valutazioni del Civr e alla capacità di attrarre fondi di ricerca istituzionali. L'altro 50% va attribuito in base alla qualità della struuttura didattica, da valutare, almeno all'inizio, in base al rapporto fra i docenti di ruolo e gli studenti, con criteri diversi a seconda delle aree di studio».