Ferrarotti«La cerimonia di inaugurazione di un nuovo anno accademico non può autorizzare nessun atto dimostrativo»

Fonte: Il Messaggero

Dall’alto dei suoi 55 anni di insegnamento universitario, Franco Ferrarotti, professore emerito della Sapienza, titolare della prima cattedra di Sociologia mai esistita in Italia (1960, proprio a Roma), boccia senza appello i ragazzi dell’Onda. Se lo può ben permettere, lui che che alla Sapienza è «grato» per avergli dato lavoro e prestigio, ma senza fare sconti: «Non si può neppure concepire un’università nata per 15mila studenti e poi frequentata, da anni, da 150mila».

L’università per tutti: non era una conquista?
«Volere un’università per tutti senza investimenti sociali e scientifici, vuol dire averla per nessuno. L’Italia, con il debito pubblico che ha, questi investimenti non se li può permettere e allora siamo in questa situazione. Mancano molte cose, assistiamo a un abbassamento qualitativo continuo, a quello che viene chiamato processo di liceizzazione. Salvo poche nobili eccezioni -mi vengono in mente Pisa, Macerata- è un momento davvero negativo»

Lei che ha vissuto da vicino questi anni alla Sapienza, ritiene che il seme dell’intollerenza si annidi davvero nell’università romana, che possano essere legati Lama, Papa Ratzinger e la clamorosa interruzione della cerimonia dell’Anno accademico?
«Sono momenti diversi, ma un fatto è certo. Alcune volte -e i casi che ha citato per il passato ne sono un buon esempio- l’autonomia dell’università viene per percepita in termini gelosi, addirittura bisbetici. Alla fine un grande sindacalista e un grande Papa appaiono come un’intrusione, danno a luogo a una forte reazione negativa. Quanto all’Anno accademico non li giustifico, assolutamente no. Ma cerco di comprendere».

Cosa c’è da comprendere, professor Ferrarotti?
«C’è da capire il disagio degli studenti, che si manifesterà anche in maniera irrazionale ma che comunque c’è. E mi fa male vedere quello che sta accadendo in questi giorni: penso che rispondere agli studenti facendo loro il verso, cioè alla stessa maniera emotiva e irrazionale sia profondamente sbagliato»

Indichi lei una strada, allora.
«L’unica strada è il dialogo. Ma intendiamoci bene: dialogo non vuol dire abbraccio emotivo, scampagnata, colloquio. Dialogo vuol dire forte consapevolezza delle proprie posizioni per arrivare a un compromesso che in qualche modo le contempli. Solo in questa direzione un passo avanti si può fare»

Tutti questi problemi all’estero non ci sono.
«Intanto le dico che noi professori italiani all’estero continuiamo ad essere invitati, e qualcosa vorrà pur dire. Poi c’è estero e estero. D’accordo con chi guarda a Francia e Germania, tanto per dire. Ma sugli Stati Uniti sia gli studenti sia i professori continuano ad alimentare un grosso equivoco. Lì ci sono sono quattro-cinque grandi centri di eccellenza. Il resto non offre nessuna particolare indicazione. Diciamo che questi quattro-cinque grandi centri una lezione comunque la danno: le esigenze del processo scientifico producono a processi selettivi, mica democratici».

Si parla tanto di ’68, professore. Ci ritrova qualcosa in queste giornate di protesta?«Niente. Quelli erano gli anni del Boom, questi della grande crisi economica. Quello era il tentativo dei giovani di reiventarsi il mondo, oggi cercano solo un posto fisso che li metta al riparo. E vanno seguiti con attenzione questi ragazzi, perche spesso arrivano a covare un grosso risentimento contro le istituzioni. Bisogna assolutamente impedire che si ritirino in se stessi».

Una società per vecchi, è d’accordo anche lei?
«Purtroppo sì. E se i giovani vivono soli da un parte e i vecchi soli da un’altra, allora diventa un disastro».