Gadget in cerca di contesto (e di intelligenza artificiale)Non serve irrigidirsi troppo, dobbiamo imparare a fidarci. Il futuro rappresentato al Consumer electronic show di Las Vegas è sempre un po' esagerato, come la città che lo ospita

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Luca Tremolada e analisi di Luca Salvioli

Dobbiamo rassegnarci a una interessata e quindi ineluttabile cessione di sovranità sul governo della nostra vita. Quel non ben definito fenomeno che viene sintetizzato con l'espressione “internet delle cose” ha generato una proliferazione di oggetti connessi e sedicenti intelligenti che ci aiuteranno in ogni aspetto della nostra vita. L'invasione di prodotti non risparmia niente e nessuno. Al Ces non c'è stata, come tutti gli anni, solo l'auto intelligente che si guida da sola. Ma lo spazzolino per i denti, la coperta del neonato, il pupazzo del bambino, lo specchio del bagno, il collare del gatto, la ciotola del cane, la serratura della porta di casa, il cuscino del letto, persino la papera giocattolo del piccino. Nulla viene risparmiato: anelli, calzini, magliette sportive, bilance per il peso, bilance per il cibo, culle, tutto o quasi insomma può essere reso smart (gli oggetti nominati sono largamente rappresentati nella galleria di immagini nelle Aj).

Chi sorrideva due anni fa per i 3,2 miliardi di dollari spesi da Google per una fabbrica di termostati (Nest) ora deve arrendersi. L'Iot ha finito la fase di generazione di tecnologia per incominciare quella di “infezione”. Come un virus si sta espandendo a tutte le categorie merceologiche. Secondo la Consumer Technology Association (Cta) americana la continua crescita di innovazioni dell'Iot aiuterà guidare il settore tecnologia di consumo verso un record di 287 miliardi di dollari di ricavi di vendita al dettaglio nel 2016. Poco meno di un terzo del giro d'affari dell'intera industria dell'elettronica di beni di consumo tecnologici previsto per quest'anno (950 miliardi di dollari).

La novità è che questa tecnologia alla “Signore degli Anelli” non è proprietà dei pochi soliti grandi giganti. L'intelligenza o il potere di rendere smart le cose sembra alla portata di tutti e a basso costo. Le cinquecento startup (numero record) presenti alla fiera ma soprattutto le numerosissime piccole nuove aziende che hanno occupato gli hotel di Las Vegas dimostrano che i costi fisici della gestione delle infrastrutture di Iot sono scesi proporzionalmente al prezzo dei sensori rendendo accessibile la programmazione e la progettazione di servizi. Per la prima volta si può immaginare di poter federare soluzioni. Mettere insieme, per esempio, i dati che generiamo con l'attività del fitness con le informazioni relative alla dieta della famiglia. Si può connettere il frigo alla mia dieta personale e chiedergli di chiamare automaticamente il negozio quando per esempio il latte sta finendo. Al prezzo di tempestare la casa di sensori come quando si getta farina su una pizza siamo in grado di governare non più solo la casa ma interi aspetti della nostra vita.

Una delle novità più interessanti sono proprio l'ingresso (per ora timido) di elettrodomestici robot adibiti al governo della casa. Non hanno ancora gambe e braccia, sono sostanzialmente degli schermi con altoparlanti. Echo di Amazon, Cassia Hub, Smart ThinQ Hub di Lg, l'acquisizione di Smart Thing da parte di Samsung ma anche Netatmo Presence, (la telecamera di sicurezza pluripremiata qui al Ces perché in grado di riconoscere gli animali domestici), sono tutte soluzioni che vanno in questa direzione. Mettono insieme il riconoscimento del linguaggio naturale, la gestione degli oggetti e la possibilità di programmarli. Sono per ora però solo esperimenti funzionanti di interfaccia uomo-macchina. Anche perché manca un pezzo. Mancano le tecnologie in grado di tenere conto del contesto per minimizzare i margini di errore. Esistono già da alcuni anni strumenti di machine learning, software semantici, tool di intelligenza artificiale minimi per definire i gradi di libertà di quello che ci può accadere. Ma vanno ancora adattati al consumatore. Devono dialogare con lui e imparare dalle sue abitudini. La “casa” connessa per operare in modo funzionale ed efficiente deve sapere, per esempio, se abbiamo figli, che abitudini hanno, se lasciano aperta la porta di casa. Devono imparare che il latte è una priorità e va sempre ordinato per tempo. O che il gatto avendo libero accesso a tutta la casa non è una minaccia. Quello che ancora manca al futuro domestico dell'Iot sono tecnologie di contesto per governare questi processi e programmarli in modo semplice e intuitivo. La promessa è qualcosa di molto simile a Jarvis, il maggiordomo virtuale di Iron Man. Ma per ora manca un pezzo.

Alla ricerca della Next big thing (di Luca Salvioli)

Alla ricerca della Next big thingAl Ces di Las Vegas di tecnologia se n’è vista poca. Intendiamoci: la fiera non può dirsi iniziata finché Lg e Samsung non presentano le loro maxi-tv, ed è evidente che se uno vuole guardare i grandi numeri deve continuare a riferirsi a pc, tablet e smartphone. Ma per andare oltre bisognava guardare quei ragazzini che facevano il giro della morte con le loro Bmx sulla testa del ceo di Intel durante uno dei keynote d’apertura.

Poco prima era salito sul palco un campione di Iron man, poi in un video ha parlato Lady Gaga, annunciando una misteriosa collaborazione con l’azienda di Santa Clara in campo musicale; infine Becca McCharenm, vistoso piercing al naso, fondatrice del marchio di moda Chromat che usa la stampa in tre dimensioni e mette i sensori negli abiti. La tecnologia c’era, ma nascosta: il chip Intel Curie, il microcomputer a 32 bit, risparmio energetico e sensore a sei assi con accelerometri e giroscopi, registrava velocità, forze e performance dei due biker: i dati erano proiettati in tempo reale su una lavagna luminosa. Il campione di Iron man indossava un paio di occhiali Oakley nati dalla collaborazione tra Intel e Luxottica, che controlla il marchio americano, capaci di fare da coach all’atleta ricevendo i suoi comandi vocali e rispondendo dagli auricolari.

Lo sport è il campo di sperimentazione più avanzato del wearable. Mentre i Google Glass si sono presi una pausa di riflessione abbiamo visto maschere da snowboard sulle cui lenti vengono proiettate velocità, altitudine e numero di piroette e gli occhiali Recon che fanno qualcosa di simile quando si va in bici. In tutt’altro campo, il caschetto di Daqri che grazie a nove telecamere e due chip integrati può aiutare i lavoratori di vari tipi di industrie ad aggiungere informazioni digitali a operazioni estremamente reali come svitare un tubo: in quel caso sulla maschera compaiono le istruzioni per come fare e la termografia che dà informazioni sulla temperatura dei liquidi che sono all’interno.

È il trionfo delle applicazioni verticali rispetto a quelle generaliste. Non stiamo parlando di futuribile: sono tutti prodotti che arriveranno sul mercato nei prossimi mesi. È anche la dimostrazione del fatto che oggi i grandi se vogliono rimanere tali devono aprirsi all’innovazione diffusa. Intel ha aperto la sua tecnologia verso migliaia di sviluppatori e aziende. Microsoft qui a Las Vegas ha annunciato una partnership con Sensoria, l’azienda di Redmond fondata da tre italiani (ex Microsoft) che realizza calze e indumenti sportivi pieni di sensori. Il risultato sarà una scarpa da calcio intelligente capace di monitorare le performance di Cristiano Ronaldo, mentre l’azienda guidata da Satya Nadella elaborerà i dati con la piattaforma cloud Azure. Samsung ha incubato al suo interno Innomdle, la startup che ha realizzato un cinturino che permette di rispondere a una chiamata su smartwatch toccando l’orecchio con un dito: la voce non si disperde e si mantiene la privacy.

L’impresa impossibile è trovare il prodotto di cui nessuno potrà presto fare a meno. La famosa ansia della “next big thing”. L’automobile è ormai assoluta protagonista del Ces, e la guida autonoma in particolare, ma secondo le stime dell’organizzazione le prime vetture saranno sul mercato non prima del 2020, ne verranno vendute un milione entro il 2030 e nel 2045 rappresenteranno metà del totale. C’è tempo, e lo stesso vale per l’auto elettrica. La realtà virtuale entra nel vivo nel 2016 con il via ai pre-ordini di Oculus Rift. I droni sono una nicchia in crescita, specie per applicazioni professionali, mente le tavolette per la mobilità personale come Hoverboard una scommessa.

La casa connessa sta facendo passi in avanti ma ha alcune cose da risolvere. È innanzitutto costosa, poi c’è un problema di (troppi) standard di comunicazione e di semplicità d’uso. Visto che le startup nascono dove c’è un bisogno, intervenire sulle lacune è una opportunità. Domoz, azienda inglese fondata da italiani con una parte del team a Pisa, offre un tool di monitoraggio e gestione di tutti i device connessi con la possibilità di collaborare da remoto con chi sa aiutarti a risolvere eventuali problemi. Flic ha inventato un bottone bluetooth con cui gestire oggetti in maniera semplice. L’Internet of things è già una realtà, la sua visione più matura è però ancora lontana. L’industria sta mettendo in campo ogni forza per disegnare un futuro desiderabile dai consumatori, ma quali forme prenderà? «Mi aspetto che saranno soprattutto i millenials a dirci cosa funziona e cosa no – risponde Bridget Karlin, managing director dell’Internet of Things Group di Intel -. E loro guardano all’esperienza, non al prodotto”.