L’università come dovrebbe essereI problemi dell’università italiana si risolvono solo delineando senza ipocrisie un mercato della formazione. Dove le tasse universitarie rappresentano la quota più significativa del bilancio degli atenei, ridimensionando il ruolo dei fondi pubblici. Per i meritevoli, sostanziose borse di studio

Fonte: Lavoce.info
di Marco Ventoruzzo

La differenza tra teoria e realtà

Si parla spesso, anche su questo sito, della crisi dell’università italiana. Non mancano certo alcune eccellenze, ma la situazione generale non è entusiasmante. La riforma Gelmini ha luci e ombre, però occorre riflettere sulla combinazione tra abilitazione scientifica nazionale e selezione dei candidati idonei nei singoli atenei, come ci ha invitati a fare Francesco Pastore.
Nelle sue aspirazioni ideali, il sistema italiano ha una sua logica. Si basa sull’idea di una “garanzia di qualità minima” attestata dallo Stato tramite valutatori in linea di principio indipendenti e qualificati, rappresentata dalla abilitazione nazionale e basata, almeno in parte e in alcuni settori più che in altri, su misure “bibliometriche” di produttività e qualità accademica. Dovrebbe poi seguire una (ulteriore) selezione nei singoli atenei dei docenti più adatti tra gli abilitati.
Tutto bello, ma questa, appunto, è la teoria. La realtà è un’altra, e i meccanismi virtuosi sui quali il modello dovrebbe alimentarsi si inceppano troppo spesso e per ragioni “umane, ahi troppo umane”.

Come promuovere una sana competizione

Certamente il sistema dell’abilitazione nazionale non è perfetto e alcune commissioni hanno lavorato meglio di altre, ma l’idea di un filtro di massima è condivisibile.
Vorrei però soffermarmi qui sul secondo passaggio, ossia le scelte di atenei e dipartimenti dal gruppo degli abilitati. Giustamente Francesco Pastore ha lamentato come non sempre seguano criteri meritocratici e trasparenti. Tuttavia, se a livello dell’abilitazione indici bibliometrici e misure di produttività e visibilità accademica, se ben comprese e applicate, possono rivelarsi utili, in questo secondo passaggio difficilmente si può trovare rimedio al problema attraverso criteri aprioristici rigidi o coinvolgendo nelle decisioni soggetti estranei ai componenti dei dipartimenti interessati. Troppo diverse sono le legittime esigenze delle singole università così come è incerta la definizione di criteri di valutazione della ricerca che non si limitino a una prima “scrematura”.
Il problema vero è quello degli incentivi e solo una sana ma effettiva competizione tra atenei può contribuire a risolverlo. Il “sogno” dell’università finanziata quasi interamente dallo Stato e a costi bassissimi per gli studenti era molto bello, ma temo sia finito, o quantomeno non sia compatibile con il proliferare degli atenei degli ultimi anni e il condivisibile desiderio di un’educazione superiore di massa.
Parlare di “mercato della formazione” è forse poco elegante, ma non farlo è ipocrita. Le università offrono essenzialmente servizi formativi ai propri studenti (e di ricerca al mondo delle imprese e delle istituzioni). Chi meglio degli studenti può valutarli, premiare i migliori e sanzionare i peggiori? Nessuno ignora i problemi di un’università troppo asservita ai desideri degli studenti, il pericolo di esamifici incapaci di chiedere i sacrifici che l’acquisizione di conoscenze e competenze comporta. Ma come ha ben spiegato Roberto Perotti nel suo libro L’università truccata, un’istruzione universitaria a costo quasi nullo è un modo perché i poveri sovvenzionino i ricchi. A parità di condizioni, ricevendo la stessa formazione allo stesso prezzo, i rampolli di famiglie influenti e ben connesse possono più facilmente mettere a frutto la propria laurea.
Si deve pensare senza ipocrisie a un sistema in cui le tasse universitarie rappresentino una percentuale più significativa del budget degli atenei rispetto ai fondi pubblici, corretto da un efficace sistema di vere borse di studio, anche imposto per legge, che garantisca i meno abbienti meritevoli.
Facciamo un esempio numerico. Se cento studenti pagano ciascuno 1 euro di tasse, vi sono 100 euro da dividere tra dieci università, integrati dallo Stato con 500 euro, per un totale di 600 euro. Meglio sarebbe invece che lo Stato contribuisse con soli 100 euro e ottanta dei cento studenti pagassero, in parte in proporzione alle capacità contributive, una media di 8 euro a testa. A disposizione delle università ci sarebbero allora 740 euro, 140 dei quali potrebbero essere utilizzati per assegnare congrue borse di studio a venti studenti davvero bravi ma non abbienti.
Con questo sistema, gli studenti selezionerebbero dove iscriversi e probabilmente si svilupperebbero spontaneamente ranking delle università al servizio dei veri interessati, ossia studenti e datori di lavoro. Limitandosi a regolare il “mercato”, lo Stato potrebbe assicurare che siano gli stessi atenei a fare una selezione virtuosa dei docenti, cercare di offrire servizi migliori e dunque attrarre più risorse.
Questo approccio ha dei costi. Alcuni atenei potrebbero risultare economicamente non sostenibili e alcuni docenti potrebbero non trovare una cattedra. Ma l’idea che ogni provincia debba avere una sua università (con la finzione che siano in qualche misura tutte equivalenti) e ogni abilitato un ufficio è ancor più irrazionale e costosa, tanto per cominciare per i troppi laureati che finiscono in un call center con in mano un pezzo di carta poco spendibile. Se ciò significa abolire il “valore legale” del titolo, pazienza: è già così per quelle università straniere alle quali tutti i nostri migliori giovani aspirano, da Yale a Oxford, da Harvard a Cambridge.
Certo lo Stato dovrebbe intervenire per correggere possibili fallimenti del mercato, ad esempio sovvenzionando maggiormente aree di ricerca e formazione meno “popolari”, ma importantissime per lo sviluppo culturale e scientifico del paese.

BIO DELL'AUTORE
Marco Ventoruzzo è professore ordinario di diritto commerciale all'Università Bocconi e insegna anche presso la Pennsylvania State University Law School. E' membro scientifico del Max Planck Institute on Financial Markets di Lussemburgo, dopo essere stato direttore di tale Istituto, ed e' Research Associate dello European Corporate Governance Institute dal 2009. Oltre che negli Stati Uniti e in Italia, ha insegnato in qualita' di visiting professor, tra le altre, in importanti università e facoltà di giurisprudenza in Cina, Germania, India, Cile, Spagna, Turchia e Brasile. E' membro dei comitati di direzione o redazione di diverse riviste scientifiche, tra cui Oxford Journal of Financial Regulation, European Company and Financial Law Review, e Rivista delle societa'.