matematicaOdifreddi: «Le facoltà scientifiche rispondono a una domanda di verità». E aprono al mercato estero

Fonte: Corriere della Sera
di Paolo Foschini

Le citazioni da cui far partire un discorso sull’aritmetica sarebbero ovviamente infinite come i numeri, ma diciamo che Galileo riassume il concetto per tutti: «La filosofia contenuta nel grandissimo libro dell’Universo è scritta in lingua matematica, senza i cui mezzi è impossibile intenderne umanamente parola». Ora, è certamente verosimile pensare che il formidabile aumento degli iscritti a Matematica registrato presso le università italiane negli ultimi anni (più 70 per cento dal 2004 a oggi) sia dovuto a molto più di un singolo fattore. Magari c’entrano gli incentivi che il ministero ha varato sin dal 2006 per la promozione delle facoltà scientifiche, Fisica e Chimica comprese: ci mancherebbe. E può darsi pure che tutto quanto è «scientifico », forse, oggi ispiri a un giovane più prospettive di lavoro rispetto a ciò che invece è «umanistico»: chissà. E infine una laurea scientifica, probabilmente, viene sempre più vista da un certo numero di studenti come il passaporto migliore per scappare all’estero il giorno in cui proprio non ne potranno più di star qui. Ma fermatevi un attimo. Aggiungete a tutte queste riflessioni un pensiero su quanti libri di argomento matematico, in questi anni, hanno scalato e scalano le classifiche. E ancora: ricordate il successo di un film come A beautiful mind, sulla vita del premio Nobel John Nash? E avete presente una serie poliziesca come Numb3rs, addirittura vincitrice del «National Science Board’s Public Service Award»? Ecco, forse adesso si può ritornare ai numeri universitari di cui sopra e chiedersi se dietro questa sete di scienza e soprattutto di matematica, ancor più evidente se accostata al calo- record delle matricole italiane nel loro insieme (312 mila in tutto, mai così poche da sette anni), non ci sia anche qualcosa d’altro.

La risposta di Piergiorgio Odifreddi, che matematico lo è per mestiere e alla matematica dedica da tre anni un intero Festival (60 mila studenti presenti all’ultima edizione in marzo), è molto netta: «La matematica oggi attrae perché risponde a una domanda di verità. Perché nel Medioevo la chiave di interpretazione del mondo era la teologia, e oggi la teologia non risponde più a quelle domande». La matematica sì? «Ripeto anch’io Galileo: la matematica è la lingua dell’Universo. Ci offre punti fermi per capire. E l’uomo ne ha bisogno, di punti fermi. Oggi più che mai». Intendiamoci: proprio matematica, non semplicemente scienza o tecnologia. E, del resto, il fatto che «dimostrazione matematica» e «prova scientifica» non fossero sinonimi era ben spiegato proprio in uno dei bestseller aritmetici di quest’era, L’ultimo teorema di Fermat (Bur) con cui Simon Singh ha trasformato una formula in un caso letterario: le dimostrazioni matematiche — diceva il protagonista — si reggono su un procedimento logico e restano vere fino alla fine dei tempi, mentre la prova scientifica si fonda su osservazione e percezione, entrambe fallibili, pertanto fonti di verità provvisorie e comunque approssimate. Se il punto è davvero questo, la domanda o anche solo la curiosità di verità matematiche è aritmeticamente provata dalle vendite. Il mago dei numeri di Hans Magnus Enzensberger (Einaudi), nato come libro per bambini, è divenuto un cult da 100 mila copie, lette più che altro dai loro genitori; l’astrofisico israeliano Livio Mario, dopo il volumetto dedicato a L’equazione impossibile (Rizzoli) nel 2006, ha quindi trovato nel 2008 migliaia di ammiratori della «sua» Sezione aurea (in realtà di Pitagora prima e di Fibonacci poi), edita dalla Bur, sino ad affermare con l’ultimo titolo appena tradotto in Italia che Dio è un matematico (Rizzoli). E d’altronde Umberto Eco, che è arrivato a consigliare come «libro da spiaggia» L’enigma dei numeri primi (Bur) scritto nel 2004 dal matematico americano Marcus du Satoy, in qualche modo aveva concordato in anticipo: «Trovare la regola per prevedere la successione dei numeri primi — affermò nella sua recensione—sarebbe l’unico modo per provare non dico l’esistenza ma almeno la possibilità di Dio». Odifreddi, da sempre, è ancora più categorico: «Se la matematica e la scienza prendessero il posto della religione il mondo diventerebbe un luogo più sensato». Insiste: «È la matematica la vera religione, il resto è superstizione». Borges forse lo avrebbe espresso in modo più elegante: «La teologia è un ramo della letteratura fantastica».

Detto questo, non è che la matematica non abbia i suoi problemi. «L’insegnamento della matematica — dice Odifreddi — andrebbe completamente ristrutturato a partire dalle elementari: se malgrado tutto ci sono tante persone che hanno una tale avversione per i numeri, qualche motivo ci sarà. Non a caso nel nostro Festival abbiamo sempre inserito una componente notevole di giochi e curiosità destinate specificamente ai bambini». Giulio Giorello, docente di Filosofia della scienza e prima filosofo che matematico, lo segue a ruota in toni persino più ruvidi: «Se alle persone normali non interessa la scienza — dice citando John Stuart Mill — eliminiamo le persone normali e promuoviamo solo le esperienze di vita eccezionali». Fa una pausa e riprende: «Scherzi a parte, è chiaro che bisogna iniziare dai bambini. E il processo che non passa tanto dalla scuola quanto dai libri, dai giornali e anche dai fumetti». Il che riporta al punto di partenza: fossero solo le cifre dell’università sarebbe un discorso, ma il contesto testimonia qualcosa di più. «La divulgazione scientifica — dice Giorello — quando è fatta bene è un atto politico».

Fine dell’umanesimo allora? E come rispondere a chi per anni ha ripetuto che proprio le civiltà ipertecnologiche hanno grande bisogno di umanisti, perché «la scienza spiega i come ma solo la filosofia cerca i perché?». Odifreddi in realtà non vede la contrapposizione: «La cultura è una, non è fatta a compartimenti stagni. E forse, al limite, sono tradizionalmente alcuni umanisti a considerare la scienza come semplice accessorio. In genere è l’umanesimo che tende a monopolizzare il dibattito, matematici e scienziati sono spesso più aperti». Perché in fondo, ricorda in conclusione, la matematica è davvero «parte » di tutto: un quadro è fatto di proporzioni e prospettiva, i tempi della musica sono definiti in frazioni, il «penso dunque sono» di Cartesio fu partorito dalla mente di un matematico. Così come matematico era Leibniz, il filosofo secondo cui «amare è mettere la nostra felicità nella felicità di un altro»: come si fa a sostenere, se è così, che la matematica è una materia arida?