testPartono le prove d'ingresso nelle facoltà a numero chiuso. Pochi posti, migliaia di candidati. Giovedì il primo test

Fonte: la Repubblica
di Michele Smargiassi

Diciannove anni, un diploma e un muro da scavalcare. Ci siamo, è già ora, forza e coraggio. Cominciano i test d'ingresso alle facoltà a numero chiuso. Parte per prima la corsa a Medicina, 3 settembre. Poi Odontoiatria il 4, Veterinaria il 7, Architettura l'8. Seguono le professioni sanitarie il 9, Scienze della formazione primaria il 10. A decine di migliaia, l'aria da liceali ancora addosso, l'Università sconosciuta di fronte, eccoli di nuovo sui banchi, penna foglio e nient'altro, l'orologio sul muro che ticchetta inesorabile. Neanche il tempo di riprendere fiato.

Gli esami non finiscono mai, d'accordo, ma tra uno e l'altro dovrebbe esserci un po' di scuola, invece no, solo la brevissima estate della maggiore età, durata neanche due mesi e striata dall'ansia della prova, coi quiz degli anni scorsi studiacchiati in spiaggia, su Internet, perfino con gli sms, chiedendoti perché mai puoi diventare un medico solo se sai chi ha scritto il De Bello Gallico, o un architetto solo se indovini che l'ossimoro non è una pietra vulcanica. Ma non era quell'altro, quello di luglio, l'esame di maturità, che ti aveva già dato la patente di adulto?

Fa niente, via a testa bassa. Oltre quel muro c'è già il lavoro, c'è già la vita "da grande". L'importante è passare per l'imbuto, e subito. Paga il dazio (dai 35 euro di Roma ai 60 di Bologna), suda, stringi i denti e arriva alla fine dei quiz: un punto per la risposta esatta, un quarto di punto in meno per quella sbagliata, zero per quella non data (nel dubbio, conviene lasciare in bianco?). E prega, perché sarà molto dura.

È un autentico assalto, quest'anno. A iscrizioni non ancora chiuse, le cifre provvisorie di molte segreterie di facoltà fanno impressione: più 13% i candidati al Politecnico di Milano, più 20% a Palermo, più 17% quelli di Medicina a Firenze, più 18% i loro omologhi alla Sapienza di Roma; quasi dappertutto è così, un'impennata sorprendente, una corsa di massa ai cinque indirizzi per legge a numero chiuso ("limitato", va bene, usiamo l'eufemismo), soprattutto Medicina, e anche a quelli messi ad "accesso programmato" da singoli atenei (come alcune ingegnerie), che si spiega solo in un modo: in mezzo alla bufera della crisi meglio puntare alto, direttamente ai posti migliori alla tavola dei salvati.

Ma così la soglia del futuro s'avvicina bruscamente di cinque anni: non sta più alla fine degli studi, in una bella laurea con lode, ma all'inizio, quando provi a passare per la cruna dell'ago in una facoltà "riservata ai migliori", e se ci riesci pensi che il più sia fatto. Se ti hanno preso a Odontoiatria vai tranquillo, sarai dentista: ormai la strada è sgombra.

Ma la porta è stretta davvero. Posti in aula per aspiranti medici, ad esempio, lo ha stabilito il ministro Gelmini, quest'anno ce n'è solo 8.518, non uno di più. Ma ci sono 2.500 aspiranti solo a Catania. E 1.618 a Firenze, 1.563 a Messina, 2.032 a Palermo, 3.300 a Torino, 1.962 alla Statale e 790 alla Bicocca di Milano...

In media sarà (matematicamente) una decimazione, ma con tendenza al massacro: al San Raffaele la speranza è per uno su 32, alla Cattolica di Roma per uno su 20 a Medicina e addirittura uno su 50 a Odontoiatria, a Tor Vergata solo uno su 30 potrà studiare canini e molari, per non dire di Pisa dove per 7 posti corrono in 347.

Con queste proporzioni, è ancora una selezione di merito o è la lotteria delle carriere? La scelta di una data unica nazionale per le prove d'accesso alle facoltà pubbliche lascia in mano ai ragazzi e alle loro famiglie un solo biglietto da giocare. O si vince tutto o si perde tutto. E se si perde, non resta che la facoltà-rifugio, quella senza test vincolanti, magari parcheggiandosi svogliatamente lì in attesa di ritentare la prova l'anno dopo.

Eppure ci provano sempre di più, sempre più agguerriti. Sindrome da Superenalotto: più giocatori ci sono, più fa gola il jackpot. Una strategia prudente dovrebbe spingere a giocare l'unico biglietto disponibile sulle ruote più favorevoli, cioè sugli atenei meno presi d'assalto.

Invece no, visto che si deve rischiare si mira al colpo grosso, e ci si iscrive in massa ai test delle università major, magari quelle che il governo ha appena premiato come le più virtuose (questo spiegherebbe il boom del Politecnico milanese, dove la possibilità di "prenotare" il test con un anno d'anticipo ha ottenuto un successo travolgente); e si accetta il rischio di essere bocciati con un punteggio che altrove magari garantirebbe l'ammissione.

E allora si capisce perché quello che sta per arrivare, per decine di migliaia di ragazzi, sia il vero "giorno del giudizio", quello in cui ti giochi tutto il resto della vita. Lo affrontano con lo stesso patema d'animo con cui, nel dis-utopico film "Ember", i ragazzini di una derelitta città post-nucleare pescano a sorte, dal cappello del sindaco, il biglietto con il loro futuro mestiere.

Il nostro Assignment Day, sospettano e scrivono i candidati nei loro ansiosi blog, non è meno casuale di quello visto al cinema. E non solo per i sospetti di brogli (risuona ancora l'eco dello scandalo dei test truccati a Bari nel 2007) e di furbizie e scorrettezze (il fratello laureato che si presenta al posto tuo, o i soliti telefonini contro cui gli atenei affittano costosissimi metal detector e schermature elettroniche - proprio a Bari questo costerà 10 euro in più a ogni candidato).

Hanno ragione? "I test di ingresso sono strumenti rozzi rispetto ai colloqui individuali, ma sono insostituibili sui grandi numeri", difende il sistema Giuseppe Forte, direttore del centro inter-universitario Cisia che elabora le prove per ingegneri e architetti. "Se il test è composto da quesiti calibrati su base statistica, scientificamente validati ed erogati con procedure collaudate, il test è di grande affidabilità per valutare le competenze di una popolazione", afferma.

La selezione funziona? Passano davvero i più bravi? Qualche studio statistico sembra dimostrarlo. Tra gli ammessi nel 2005 a Ingegneria di Pisa, ad esempio, il voto ottenuto nel test d'accesso e quelli dei successivi esami universitari sono in rapporto diretto: migliore l'ingresso, migliore la performance. Secondo i dati del ministero, poi, il tasso di abbandono degli studi dopo il primo anno è sensibilmente più basso nei cinque indirizzi a numero chiuso che in quelli ad accesso libero (per dire: 4,6% a Medicina contro 23,7% ad Agraria).

Così la selezione preventiva è entrata tacitamente nella costituzione materiale degli italiani, là dove la Costituzione ufficiale all'articolo 34 direbbe che "la scuola è aperta a tutti". Resta da vedere se, in cambio, il numero chiuso rende almeno la vita più facile ai "capaci e meritevoli" di cui al comma 3.

Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, l'osservatorio-repertorio delle carriere dei laureati italiani, è convinto di sì, con un ragionamento originale: "Negli ultimi 25 anni, per il calo demografico, la classe dei diciannovenni è calata del 43%. I diplomati oggi in Italia sono un bene scarso, occorre farne un prodotto di alta qualità, concentrando le risorse sulle migliori speranze di successo".

Ma questo, avverte, non è ancora abbastanza. "C'è troppa enfasi sul test d'ingresso, come se fosse l'unico muro da scavalcare. No: quello vero sta dopo la laurea. Non serve selezionare le intelligenze se il sistema produttivo non le sa utilizzare. Unioncamere prevede che quest'anno il paese assorbirà solo 16.210 ingegneri, diecimila meno del 2008. Ma noi ne sforneremo 36 mila. Vuol dire che spendiamo per formare cervelli da regalare all'estero". Il numero chiuso, insomma, sembra garantire il successo di una carriera di studi, ma non dà certezze sull'accesso al lavoro. Per sapere cosa farai da grande dovrai ancora pescare, dopo la laurea, nel cappello del sindaco di Ember.