Vita da universitario: che differenza tra Italia e Inghilterra!Vi sono importanti differenze nella composizione del corpo studentesco nelle università italiane e in quelle inglesi. Molteplici le possibili cause e le conseguenze

Fonte: Lavoce.info
di Gianni De Fraja

Cosa pensi di studiare all’università?

L’inizio dell’autunno vede in Gran Bretagna una strana migrazione interna: automobili in viaggio piene di valigie, scatole di pentole padelle e teiere, lenzuola e teli da bagno, spesso un orsacchiotto di peluche. Il paese è zigzaggato senza uno schema preciso: c’è chi da un pittoresco villaggio del Sud-Est accompagna il figlio a un piovoso campus del Nord; chi parte dalle città del Nord e arriva a un’università del Sud. Il mio contributo è stato di portare la figlia numero due dall’Est del paese a Manchester.
Per le matricole (fresher) è l’inizio dell’avventura universitaria: tre quarti degli studenti universitari inglesi vivono fuori di casa. In Italia, a parte un sistematico flusso dal Mezzogiorno a università del Nord e del Centro, la maggioranza degli studenti frequenta l’università vivendo a casa con i genitori. Nel Regno Unito anche chi, per motivi accademici frequenta un’università vicina a casa, vive in affitto nelle stanze da studente, e certo non va a casa nel fine settimana, ma resta e partecipa alla vita sociale degli studenti.

La teoria economica ha una spiegazione

Oltre alle conseguenze comportamentali, per cui lo studente inglese si rende indipendente molto presto, il modo diverso in cui sceglie dove studiare è insieme causa ed effetto di altre importanti differenze tra il sistema universitario italiano e quello inglese. Capire queste differenze contribuisce al recente dibattito che ha avuto luogo nei siti italiani sulle conseguenze delle scelta di cosa studiare all’università. È utile fare un passo indietro teorico. Grazie a Michael Spence, gli economisti sanno che parte del valore dell’istruzione è dato dal segnale: gli studenti che conseguono una laurea “difficile” segnalano ai datori di lavoro di essere bravi (diligenti, laboriosi, intelligenti, organizzati) e cercano così di convincerli che offrir loro un posto di lavoro è un buon investimento. Dato che conseguire una laurea “difficile” è impossibile per uno studente non bravo, il segnale è efficace: chi vede il segnale (il diploma di laurea) sa che lo studente è bravo, e offrire a lui un posto riduce il rischio di trovarsi con un lavoratore incapace. Questo meccanismo, sottolinea Spence, funziona anche nel caso estremo in cui l’istruzione non contruibuisce per niente alla capacità di svolgere il proprio lavoro; ovviamente il valore dell’istruzione aumenta ancora se si studia qualcosa di utile oltre che difficile. Perché l’istruzione possa servire come segnale, è solo necessario che esista correlazione tra abilità nello studio e nel lavoro: cioè che – in media – chi è bravo a tradurre Tacito sia anche bravo a gestire e motivare efficacemente un gruppo di dipendenti. Questo spiega perché misurare correlazioni non basta per capire la direzione della causalità: in Italia la correlazione tra reddito e aver studiato al liceo classico è positiva, ma quella tra reddito e aver studiato lettere è negativa: questo probabilmente perché, in media, gli studenti bravi vanno al classico e poi a ingegneria, medicina o legge, quelli più deboli si iscrivono a lettere, pedagogia o lingue straniere.
Data la netta differenza tra atenei, in Inghilterra la studentessa capace e ambiziosa può dimostrare di esserlo facendosi ammettere e completando gli studi in un ateneo “difficile”: una laurea in lingue straniere a Oxford ha senz’altro più valore, sul mercato lavoro, di una in ingegneria a Derby: gli studenti lo sanno, e scelgono di conseguenza, cercando di farsi ammettere da istituzioni con la soglia di ammissione più alta possibile; i datori di lavoro lo sanno, e anche loro scelgono di conseguenza, cominciando dalla selezione degli atenei da visitare per reclutare studenti (il cosiddetto milk round). Negli open day e nei loro siti, a loro volta, le università sottolineano il prestigio delle destinazioni dei loro laureati. In Italia il segnale indicato dall’ateneo è più attenuato, e il modo in cui lo studente bravo può differenziarsi è scegliendo una facoltà difficile: ingegneria o matematica, invece che lettere o sociologia. “Ho studiato ingegneria, posso disegnare ponti e so come funziona un reattore nucleare, son certo di saper gestire il tuo ufficio relazioni esterne meglio di chi ha passato cinque anni a guardare film e discuterne in gruppo.”

Lezioni per l’Italia?

Il sistema inglese è più efficiente: lo studente può seguire le sue preferenze culturali e capacità intellettuali nella scelta di cosa studiare, e studiare qualcosa che gli servirà nella professione scelta, senza preoccuparsi di come i potenziali datori di lavoro interpreteranno questa scelta (anche se rimangono comunque differenze nei salari tra materie studiate). Volendolo far funzionare anche in Italia richiede forse regole non convenzionali: ad esempio premiare le università che attraggono studenti fuori sede, fare prestiti studenteschi ristretti al rimborso dell’affitto. E in ogni caso ci vorranno tempo e soprattutto volontà politica.