Le università italiane sono tra le migliori al mondo?No, secondo l’ Academic Ranking of World Universities (ARWU). Eppure è solo una mezza verità

Fonte: University.it

Anche quest’anno, come ritualmente capita ormai dal 2003, a metà agosto è stata pubblicata la prestigiosa classifica Academic Ranking of World Universities (ARWU) redatta dall’università Jiao Tong di Shangai, che da più di un decennio mette in fila i migliori 500 atenei al mondo. Anche quest’anno questo evento è stato seguito da una sequela di riflessioni su quanto pessima sia la prestazione dell’Italia: la tesi di molti media è che non avere nessuna rappresentanza tra le prime 150 università del mondo sia da considerare un fatto deleterio e vergognoso, un grave danno di immagine ed un vulnus al prestigio già traballante del sistema scolastico del Bel Paese. Come possiamo vedere nell’analisi de Il Sole 24Ore, disponibile qui, la graduatoria viene letta in chiave esclusivamente negativa, a testimonianza di quanto la nostra tendenza all’autocritica spinta ai confini del masochistico non perda occasione per manifestarsi.

A nostro dire vengono però trascurate una serie di importanti chiavi interpretative alternative. Innanzitutto, sebbene la metodologia di redazione della graduatoria venga diffusamente considerata coerente ed equilibrata, da più parti sono state criticate sia la presa in maggior considerazione delle scienze naturali rispetto alle scienze sociali ed alle scienze umane, sia il mancato inserimento di alcuni prestigiosi riconoscimenti tra i criteri di valutazioni.

Venendo poi ad un’analisi puntuale dei risultati conseguiti dai nostri atenei, pare davvero sciocco lanciare anatemi e giudizi sulla base dei dati nudi e crudi. È auspicabile che sia evidente a tutti la stortura insita nel raffrontare le prestazioni assolute in termini di risultati conseguiti tra, ad esempio, Harvard e La Sapienza. Ben più corretto sarebbe invece rapportare i dati su base relativa, ossia tenendo conto degli obiettivi raggiunti in base ai fondi a disposizione delle università. Utilizzando questo metro di paragone non solo le università italiane recupererebbero diverse posizioni in classifica, ma si piazzerebbero addirittura ai primissimi posti. Difatti, ricalibrando il punteggio ottenuto nell’ARWU in funzione delle spese operative, ben otto delle prime 10 posizioni della graduatoria sarebbero occupate da atenei italiani, con il primo posto da attribuire dalla Normale di Pisa che si caratterizza per essere l’università più efficiente del mondo tra le 500 qui considerate, con netto distacco sulle altre. A seguire verrebbero poi Ferrara, Trieste, Milano-Bicocca, Pisa, Palermo e via discorrendo, per un totale di 20 atenei italiani nelle prime 40 posizioni. Riassumendo, poca spesa massima resa.

A questa riflessione ne potremmo aggiungere una seconda: secondo stime del 2011, al mondo ci sarebbero 17.000 atenei, mentre le università italiani possono essere quantificati tra le 60 e le 70. Se dunque 20 di queste rientrano nella classifica delle migliori 500, ciò significa che circa il 35% delle università italiane sono comprese in una quota del rappresentativa del 3% dei miglior poli universitari esistenti. Vista così, questa classifica inizia a fare un effetto completamente diverso.