Porte in faccia agli studenti stranieri? Le università inglesi non ci stannoRegole più strette per soggiornare in Inghilterra? Gli atenei: «Con gli studenti internazionali, sistema moderno e competitivo». Dall’Italia 10mila arrivi all’anno

Fonte: Corriere della Sera
di Paolo Romano

Studiare e laurearsi in Gran Bretagna potrebbe diventare più difficile per gli studenti provenienti dall’estero, invertendo così la lunga tradizione che ha visto l’oltremanica affermarsi come meta privilegiata di milioni di studenti internazionali (la Ucas, organizzazione no profit che federa quasi tutte le università inglesi, parla di 430 mila studenti ogni anno, provenienti da oltre 180 paesi, 10 mila solo dall’Italia). Certo, non c’è ancora nulla di deciso e il condizionale è d’obbligo, ma le parole sul ripensamento delle regole per soggiornare in Inghilterra per migranti e cittadini Ue, affidate dal Segretario di Stato agli interni, Theresa May, a un editoriale sul Sunday Times, danno certamente conto di un clima politico rovente.

Terminati gli studi, lavoro o rimpatrio

Quanto all’istruzione, la preoccupazione principale è, scrive May, quella di «spezzare il legame tra studio a breve termine e permanenza a lungo termine» nel Regno Unito, convinta che «troppi studenti non restino qui solo temporaneamente». L’idea è quella di mettere la valigia sotto il braccio a quanti, finiti gli studi, non siano in possesso di un lavoro adeguato al titolo conseguito: insomma, uno sbarramento piuttosto alto, per evitare il rischio che le città inglesi diventino l’indiscriminato eldorado del welfare. Pare quindi che anche gli attuali 188 mila permessi per motivi di studio rilasciati a cittadini non Ue (per lo più provenienti da Cina, India e Nigeria), citati da May, siano entrati a far parte di quelle cifre che renderebbero impossibile al Paese continuare ad assicurare l’attuale qualità dei servizi sociali. «Simply unsustainable», è l’espressione lapidaria utilizzata dalla ministra conservatrice e che ha fatto il giro del mondo: semplicemente insostenibile. Certo è che Theresa May, da molti quotata come prossima candidata a Downing Street sulle orme di Margareth Thatcher, non è nuova alle polemiche sulla presenza degli studenti stranieri nel Regno Unito: a luglio The Times ha rivelato i contenuti di una lettera riservata della tory ai colleghi di governo, nella quale chiedeva regole più stringenti per ottenere il visto per motivi di studio, a partire da una dimostrabile solidità finanziaria, per ogni studente, idonea a garantirgli la permanenza nel Paese per gli anni necessari al titolo. Una capacità economica, scrive il Times, almeno equivalente a quella della media degli studenti britannici (non proprio a buon mercato, quindi, per uno studente di Bombay o di Lagos). Obiettivo principale della sortita della May sarebbero anche i moltissimi campus che, proprio grazie ai soldi degli studenti internazionali, si stanno moltiplicando, vendendo il miraggio di una laurea prestigiosa e di un facile impiego, a discapito della qualità dell’istruzione.

Sbarramenti? No, grazie

Neanche a dirsi, le Università hanno levato gli scudi all’idea di uno sbarramento agli studenti stranieri e Sir Keith Burnett, influente Vicepreside dell’Università di Sheffield, dopo aver ricordato alla May che, tra gli altri, Bill Clinton o Benhazir Bhutto hanno studiato ad Oxford, ha espressamente sollevato il dubbio che, dietro la proposta tory, si nasconda una «ossessione cripto razzista» e contraria all’idea di istruzione aperta e multiculturale, che rende da sempre appetibili college e università inglesi. Né si è fatta attendere la contrarietà alla proposta del partito nazionalista scozzese, che, dalle colonne del quotidiano separatista The National, ha ricordato quanto gli studenti internazionali siano la pietra angolare, capace di rendere moderno e competitivo il sistema di istruzione di Sua Maestà con il resto del mondo. Una partita tutta da giocare nei prossimi mesi, decisivi per capire quanto la proposta della leader tory riesca a far breccia anche a Westminster.