Università, il presidente della Crui: Stefano Paleari, numero uno della conferenza dei Rettori, sulle classifiche e sui problemi degli atenei italiani, sottoposti da anni a "una cura dimagrante incredibile"

Fonte: la Repubblica
di Valentina Ferlazzo

Stefano Paleari, Rettore dell'Università di Bergamo e Presidente della Crui (Conferenza dei Rettori Universitari Italiani), fa la sua disamina sulle classifiche che valutano le performance degli atenei e sulla situazione attuale dell'università in Italia.

Che cosa pensa delle classifiche universitarie che escono ogni anno?
"Rendere pubblici dati relativi alle performance delle Università è giusto e fa parte della trasparenza. Invita a riflettere e a migliorare. Usare questi dati per crocifiggere qualcuno o esaltare a dismisura le differenze è, se in buona fede, l'eterogenesi dei fini. Oggi le classifiche sono oggetto di dibattito proprio negli Stati Uniti perché vengono usate in modo strumentale per giustificare alte e crescenti rette. Quelle internazionali poi sono criticate perché si concentrano solo sulla ricerca. La funzione di un'università è simbiosi tra didattica e ricerca. Noi rischiamo di scoprire una moda che viene moderata altrove. Ciò detto, massima trasparenza e apertura alla discussione. Come ha detto il rettore del Politecnico di Milano, un ateneo che non ha bisogno di presentazioni, stiamo attenti a confrontare cose molto diverse una dall'altra. Ci sono atenei generalisti, i Politecnici, università con o senza medicina, atenei forti nelle scienze umane. Non dobbiamo fare di tutta un'erba un fascio".

Quali sono gli indicatori più importanti della qualità universitaria?
"Da quando esiste l'Anvur gli atenei devono avere i corsi accreditati e la qualità della ricerca è valutata. Quindi sulla ricerca il lavoro che svolge l'Anvur è un punto di riferimento. Sulla didattica, oltre all'accreditamento, occorre aprire una riflessione. Ad esempio se un ateneo è localizzato vicino al confine della regione di appartenenza è normale che abbia più studenti provenienti dalle regioni di confine. Eppure questo parametro viene misurato come positivo acriticamente. E poi non esiste un parametro che misura l'efficienza, quello che si fa con le risorse a disposizione. Anzi si premia il contrario. Secondo me con i requisiti minimi dell'Anvur per i corsi non è giusto premiare chi spende di più. Oltre una certa soglia avere più docenti del necessario non è meritevole. Ora è così anche nelle classifiche italiane".

Quali sono in questo momento i problemi o le emergenze più urgenti dell'università?
"Oggi l'università ha subìto una cura dimagrante incredibile. Tagli ai fondi, riduzione del 15 per cento dei docenti e dei ricercatori, chiusura ai giovani. Oggi le priorità sono tre: aprire ai giovani, coprire il diritto allo studio, fare un patto con le imprese per costruire una vera società della conoscenza recuperando la produzione industriale persa (-25 per cento) negli ultimi anni. E poi è giusto che gli stipendi siano bloccati da sei anni a differenza di altre categorie? Per i più giovani la carriera della ricerca è difficile e proletarizzata. Così non c'è ripresa nel Paese. Per la scuola si sono spesi tre miliardi, per l'università ne basta un decimo per aprire ai giovani e rendere pieno il diritto allo studio. È singolare che l'università, fatta la riforma, attuati i costi standard, avviata la valutazione, finanziata su base competitiva, sia la parte della pubblica amministrazione più bistrattata. Su questo siamo al capolinea".