Busta paga più ricca, il “mito” della laurea supera la prova stipendioLa differenza retributiva tra dottori può valere 10.000 euro. L'analisi di JobPricing

Fonte: la Repubblica
di Raffaele Ricciardi

Luiss, Bocconi e Cattolica: sono queste le Università che promettono di rendere di più ai loro studenti. Uscire dall’ateneo commerciale milanese può valere, già a trent’anni, uno stipendio da più di 40mila euro all’anno e garantire una possibilità su due di diventare quadro o dirigente. Con il titolo della Luiss di Roma, l’inizio della carriera lavorativa è più in sordina, con buste paga intorno ai 37mila euro. Ma la progressione delle remunerazioni dei lavoratori che escono dall’ateneo capitolino è da record: gli assegni crescono in media del 208%, fino a 115mila euro quando si superano i 45 anni d’età. Abilità con i mattoncini del Lego, saggia gestione della “paghetta”, grande loquacità, inventiva e predisposizione alle relazioni. Se i genitori scorgessero queste caratteristiche nei loro figli, dovrebbero tirare un sospiro di sollievo: sono destinati a uno stipendio più corposo dei loro coetanei con passioni diverse. Diventeranno magari ingegneri o progettisti, analisti o responsabili delle finanze, responsabili del marketing. Professioni che, se formate nelle giuste Università, daranno loro la chance di una retribuzione più alta della media. La differenza la potrà fare la scelta di proseguire gli studi dopo la maturità e, in tal caso, dell’ateneo da frequentare, tema caldo nell’autunno delle immatricolazioni.

In tempi di spending review generalizzata, in molte famiglie ci si chiede se convenga ancora sostenere le spese per la formazione dei figli e se un domani queste potranno restituire l’investimento messo sul piatto. L’analisi di JobPricing, l’Osservatorio sulle retribuzioni guidato dal professore aggiunto del Mip - Politecnico di Milano, Mario Vavassori, in collaborazione con Repubblica, dice innanzitutto che tra le due grandi classi di lavoratori, laureati e non, c’è una differenza di retribuzione annua lorda di 10.700 euro: ai dottori vanno 52.912 euro contro i 42.182 dei non laureati. Al primo sguardo, quindi, la scelta di allungare gli studi premia. Il suggerimento a genitori e ragazzi è però di armarsi di pazienza. I dati mostrano che gli assegni iniziano a farsi sensibilmente più pesanti, per i laureati, solo dopo il 35esimo anno di vita, quando la carriera lavorativa è ormai avviata. Il circolo ormai vizioso di tirocini, stage a paga zero e altre distorsioni del mercato del lavoro italiano, nel quale si ritrovano tanti giovani laureati, pospone sempre più la gioia dell’autonomia finanziaria. Un impulso alla retribuzione arriva dai master, che pagano più di una laurea magistrale o di un dottorato di ricerca. Fermarsi alla triennale rischia di essere un boomerang: ad oggi i ‘mini-dottori’ mostrano uno stipendio medio di circa 39mila euro, mentre un diplomato può arrivare a 43mila.

La statistica, però, sconta il fatto che l’ordinamento universitario sia cambiato solo da un decennio, quindi i dottori triennali sono ancora giovani e hanno avuto meno accesso alle fasce di retribuzione più alte, che maturano con l’anzianità. In ogni caso, getta già qualche ombra sull’efficacia dell’impianto. Il titolo di studi rilasciato dagli Atenei non costituisce di per sé una garanzia di stipendio alto: se si guarda ai vari inquadramenti professionali (dirigenti, quadri, impiegati e operai) non ci sono grandi differenze di trattamento tra laureati e non. Smentiamo allora l’utilità dello studio ai fini dello stipendio? No, perché proprio il titolo è il miglior lasciapassare per accedere a inquadramenti professionali più elevati. La popolazione di chi ha frequentato la scuola dell’obbligo, ad esempio, si divide tra un 8% di dirigenti o quadri e un 92% di operai e impiegati. Di contro, il numero di manager e affini supera il 40% tra coloro che hanno frequentato i master di primo livello o le lauree magistrali, per arrivare al 50% con i dottorati e i master di secondo livello.

Il tasto dolente del sistema universitario tricolore emerge insieme alle sue disparità. Forse senza sorprese si scopre che frequentare un ateneo privato del Nord Italia è molto diverso che scegliere facoltà nel Mezzogiorno, per di più se di Università pubbliche. JobPricing spiega che aver seguito corsi privati rende il 21% in più degli omologhi statali, il 19% in più di un Politecnico. La scelta, per i pochi fortunati nelle condizioni economiche di farla, va però ben ponderata. Sostenere i costi di atenei prestigiosi come la Bocconi di Milano o la Luiss di Roma non è affare di poco conto: cinque anni all’Università commerciale milanese costano a un ragazzo di Reggio Calabria (con 50mila euro di reddito familiare) quasi 70mila euro tra tasse, libri, pasti e affitto. Formarsi a casa costa un terzo. Per questo, non è azzardato dire che per rientrare dei soldi spesi, nonostante le prospettive di uno stipendio più alto, ci vorrà più di un decennio. In media, formarsi al Nord fa guadagnare 7mila euro in più che nel Mezzogiorno. Ma i genitori dei ragazzi “emigranti” per studio si preparino a un addio definitivo. Nove studenti su dieci, di quelli che si sono formati al Nord, lavorano in aziende settentrionali: il legame tra sede degli studi e della successiva occupazione è molto più forte che altrove in Italia. La sintesi di queste indicazioni è nella graduatoria delle Università che offrono le migliori opportunità di retribuzione e carriera lavorativa. Luiss, Bocconi, Cattolica e via dicendo sono le prime scelte per chi punta a trasformare gli anni trascorsi nelle aule in rendite future. Senza dimenticare che, come mette nero su bianco la legge oltre che il buon senso, ogni ragazzo ha il diritto di seguire il percorso di formazione “nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni”. L’invito a genitori e ragazzi è di armarsi di pazienza: i dati mostrano che gli assegni iniziano a farsi sensibilmente più pesanti, per i laureati, solo dopo il 35esimo anno di vita JobPricing è l’Osservatorio sulle retribuzioni realizzato da Mario Vavassori, professore aggiunto al Mip – Politecnico di Milano, in collaborazione con Repubblica.it