stefaniaLaureata in Scienze politiche, dottorato concluso, esperienze all’estero. Vorrebbe restare all’università a fare la ricercatrice. Ma i tagli alla ricerca pubblica e la crisi di quella privata rendono difficile realizzare i suoi desideri

Fonte: Terranews.it
di Danilio Chirico

Quest’inverno potevano vederla in piazza a parlare di contratti e precarietà o radunare persone in metropolitana per spiegare i diritti sindacali e il lavoro dei migranti. Faceva l’Onda. Era tra quelli che hanno messo in piedi quello straordinario movimento capace di far capire agli italiani cosa succede dentro le università e cosa potrebbe non accadere più a causa della riforma del ministro Gelmini.
 
Stefania Marino ha 31 anni, ha passato la sua vita tra Reggio Calabria, Bologna, Amsterdam e Milano, fa parte del coordinamento di precari universitari degli atenei meneghini “Diversamente strutturati” e ha appena chiuso il suo dottorato alla Statale («l’11 giugno», dice fiera). Vorrebbe fare la ricercatrice universitaria. Non sa se ci riuscirà. E se le chiedi cosa farà “da grande”, risponde con un lungo silenzio. Poi aggiunge: «Non riesco a immaginarmi tra cinque o dieci anni. Non ho certezze, sicuramente qualunque porta si aprirà, io la prenderò».
 
Non che non abbia le idee chiare, ma in un periodo di crisi, di tagli, di riforme sbagliate non si può andare troppo per il sottile («Non posso fare altrimenti», spiega). Così Stefania si rimbocca le maniche e guarda al futuro, con curiosità e un pizzico di ansia. Stefania nasce in punta allo Stivale da una famiglia di operai. Finito il liceo scientifico, sceglie di studiare Scienze politiche a Bologna. «Sono stata fortunata - racconta - ho avuto la borsa di studio per cinque anni: per me è stato importantissimo non dovere dipendere totalmente dai miei genitori».
 
Anni belli quelli di Bologna, trascorsi senza troppe rinunce («forse è perché non ho mai vissuto nello sfarzo, ma non mi mancava niente», dice). Concentra le sue ricerche sul lavoro e l’emigrazione interna: la sua tesi di laurea analizza come la flessibilità del mercato al Nord faccia aumentare il lavoro nero al Sud. «Ho scoperto che tanti giovani preferivano restare in Calabria mal pagati e sfruttati (ma dove avevano delle reti familiari e amicali a supporto) piuttosto che tentare l’avventura lontano da casa: non ne valeva la pena».
 
Dopo la laurea e un classico periodo di crisi, la decisione di tentare il dottorato. «Alla mia università mi hanno consigliato di spostarmi a Milano - ricorda - dove c’era più spazio di crescita per i giovani». L’approdo alla Statale è con un quarto posto in graduatoria (ammissione, ma senza borsa) al dottorato nella Graduate school in social, economic and political studies. «È stata una bella soddisfazione, visto che non avevo nessuna spintarella», commenta. Entra così nel mondo dell’università. «Dovevo studiare e lavorare per mantenermi in una nuova città», spiega.
 
Il percorso è quello tradizionale: call center. Dopo circa un anno, l’ateneo milanese le fa un contrattino da tutor per il corso di laurea di Scienza del lavoro. Il passaggio successivo è un biennio ad Amsterdam con una borsa di studio per confrontare il principale sindacato olandese, Fnv, e la Cgil nel loro rapporto con i lavoratori migranti. «Mi è piaciuto, mi sono divertita e mi è servito - riflette ad alta voce - ma adesso voglio stare in Italia, fare qui ricerca, trovare qui la mia dimensione». Non sempre i desideri si realizzano, però.
 
«Purtroppo la mia situazione economica non mi consente di restare congelata per un anno o due a Milano. Così devo subito trovare qualcosa da fare: a una situazione già difficile come quella dell’università italiana s’è aggiunto un periodo di crisi a cui è corrisposto un taglio generale delle risorse». Anche nelle fondazioni private, per esempio. Per questo c’è un grosso punto interrogativo sul futuro di Stefania e sono diverse le ipotesi in campo in questo momento: «Potrei smettere di fare ricerca - sottolinea - trovare un altro lavoro, un lavoro normale. Non è facile però: questo è un periodo nero per tutti e poi il mio curriculum non è proprio adatto a tutti i lavori».
 
Potrebbe anche decidere di tornare all’estero, Stefania. Per questo ha appena partecipato al progetto Marie Curie finanziato dall’Unione europea: l’idea sarebbe quella di andare all’università di Warwick e studiare come si comportano le organizzazioni sindacali inglesi e spagnole di fronte ai conflitti tra lavoratori nativi ed emigranti. Il caso che ha fatto scuola in questi mesi è stato quello della raffineria Lindsey (della Total) dove i lavoratori inglesi hanno scioperato contro quelli italiani. «Sarebbe uno studio molto interessante, ma non ho proprio voglia di trasferirmi – chiarisce - soffro un po’ ad avere questa vita così sballata. L’entusiasmo per quello che faccio finora mi ha ripagata dello sradicamento. Adesso per me sarebbe molto più difficile».
 
Tommaso e la Svezia E c’è da crederle. A Milano a vivere con lei c’è il suo compagno, Tommaso. Ha 31 anni anche lui, di origine meneghino-pugliese, studia chimica. Anche Tommaso è un precario eccellente dell’università. Ha fatto il dottorato ad Amsterdam e il postdoc in Svezia («una sorta di assegno di ricerca, solo che all’estero ci sono i diritti», sottolinea sarcastica lei). Da poco tempo è rientrato in Italia: «Ha vinto il rientro dei cervelli - rivendica orgogliosa Stefania - forse in Italia si guadagna di meno che in Svezia, ma Tommaso crede molto nella ricerca italiana.
 
È al Politecnico di Milano». Insomma, proprio adesso che anche Tommaso è tornato in Italia, Stefania non ha proprio voglia di ripartire: «La vita lontano dall’Italia è sempre incompleta, anche se fai parte di una élite». Non è questione di nostalgia. È questione che a Milano, dopo anni di instabilità, cominci ad avere dei punti di riferimento («pochi aperitivi milanesi e molti circoli Arci, pochi concerti per lo più imperdibili e molte cene a casa degli amici», precisa ridendo Stefania). È questione che a 31 anni vuoi darti una dimensione, avere dei figli.
 
«Comincio a pensarci seriamente ammette - ma non me li posso permettere, né psicologicamente né economicamente. E la cosa più pesante è che in questo momento penso a cinque o sei cose da fare e nessuna mi permetterà di essere madre se non, con un po’ di fortuna, tra quattro o cinque anni». La domanda che ti poni allora in maniera assillante è «se devi scegliere tra carriera e famiglia, tra due cose che vuoi fortemente».
 
E aggiunge: «Se rinunciassi, riuscirei davvero a essere serena? O devo limitarmi a sperare che il mio compagno (che già in questo momento di pausa per me sta provvedendo alle spese primarie) faccia fortuna?». Interrogativi senza risposta, almeno per ora. Così tanto vale tornare per pochi giorni in famiglia. Prima di partire, zaino e tenda in spalla, per un’avventurosa vacanza in Francia. Alla ricerca dei profumi di lavanda e degli odori marsigliesi dei libri di Jean Claude Izzo.
 
In attesa di settembre. Quando Stefania dovrà trovare un lavoretto per mantenersi («qualunque cosa», sottolinea) e aspettare l’esito dei bandi dei progetti di ricerca («speriamo bene», incrocia le dita) e tornare a fare movimento con i suoi colleghi di “Diversamente strutturati”. «Voglio un’università e una ricerca che funzionino per il bene di tutti. E voglio avere la possibilità di essere messa alla prova », conclude. Una richiesta che è anche una dichiarazione di guerra al governo.