Una reatina tra gli scienziati italiani del vaccino anti-ebolaStefania Di Marco dirige la caratterizzazione dei vaccini: “Qualche sacrificio per la scienza l’ho fatto, sul piano personale, ma mi ritengo fortunata”, e la sua risata contagiosa lo certifica

Fonte: Corriere della Sera
di Anna Meldolesi

È italiano il primo vaccino contro ebola arrivato al traguardo della sperimentazione clinica. I lotti vengono prodotti a Pomezia.  L’ideazione è avvenuta al Ceinge di Napoli, fondato e diretto da Franco Salvatore. A ricevere le prime dosi all’inizio di settembre saranno 20 volontari americani, grazie a una collaborazione con i National Institutes of Health. Ma al via c’è anche una sperimentazione in Gran Bretagna, destinata ad allargarsi all’Africa il prima possibile. Dietro questo successo c’è un team di una cinquantina di persone, riunite sotto l’ombrello di Okairos. La company biotech è nata nel 2007 da una costola di Merck, ha aperto il suo quartier generale in Svizzera perché qui era difficile trovare finanziatori e nel 2013 la sua proprietà intellettuale è passata a GlaxoSmithKline per 250 milioni. “Ma il nucleo dei fondatori è italiano, la ricerca è italiana e solo noi siamo in grado di produrre il vaccino”, dice al Corriere Riccardo Cortese, chief executive officer di Okairos.

Uno dei pionieri della biologia molecolare in Italia, Cortese ha studiato e lavorato con i più grandi. Classe 1944, si ritiene napoletano pur essendo nato a Siena, ha una moglie olandese conosciuta a Parigi e due figli (una neurologa e un analista finanziario, quasi a interpretare le due facce delle biotecnologie). I nipotini americani li vede via skype.  “Carismatico, burbero, avventuroso” lo definiscono i collaboratori. Il tempismo potrebbe essere l’arma vincente di Okairos, che in greco significa “momento irripetibile”. “Il dio Kairos è un giovane con un ciuffo sulla fronte, puoi afferrarlo mentre vola verso di te, quando è passato non puoi più farlo perché dietro è calvo”, spiega Cortese. La comunità internazionale è stata lenta a reagire all’epidemia del 2014, perché in passato i focolai erano sempre stati di dimensioni limitate. Ma il gruppo italiano ha iniziato a lavorare al progetto 5 anni fa, inserendo ebola nella rosa dei virus su cui mettere alla prova un approccio ibrido di terapia genica e immunoterapia. “Quando è scoppiata questa epidemia noi eravamo a buon punto. Il nostro è il candidato vaccino più avanzato a livello mondiale”, ci dice il chief scientific officer Alfredo Nicosia. Cinquantasette anni, quattro figli adottati, si divide tra Roma, Napoli e Basilea. È appassionato di kitesurf, lo sport acquatico in cui a trainare la tavola è un aquilone. Interrogato sulla composizione prevalentemente femminile della company, Nicosia scherza: “Sono le migliori. Anch’io sono una donna travestita da uomo”.

I test sulle scimmie hanno dato ottimi risultati. Il cento per cento dei macachi vaccinati è stato protetto, tutti quelli non immunizzati sono morti. È così che in pochi giorni dall’arrivo del dossier le autorità americane hanno dato l’ok alla sperimentazione. Si tratta di un vettore (un adenovirus delle scimmie) in cui sono state inserite delle proteine di superficie di ebola, in modo che non sia infettivo ma possa stimolare lo stesso la risposta immunitaria cellulare. Ha l’aspetto di un liquido trasparente, da iniettare intramuscolo, e viene conservato a temperature inferiori a meno 60 gradi. Ma bisognerebbe parlare al plurale perché i vaccini di Okairos in realtà sono due. Quello che viene testato in America è il bivalente, che usa i geni di due ceppi di ebola (Sudan e Zaire). Quello in procinto di essere sperimentato con l’Università di Oxford è il monovalente, mirato contro Zaire che è il ceppo dell’attuale epidemia. “Presso Advent , il nostro laboratorio di Pomezia in joint venture con l’IRBM Science Park, dobbiamo produrne diecimila dosi entro la fine dell’anno ”, ci dice Stefania Di Marco che dirige la caratterizzazione dei vaccini. Reatina, classe 1966, i convegni la portano in giro per il mondo e lei ne approfitta per visitare i musei d’arte.  “Qualche sacrificio per la scienza l’ho fatto, sul piano personale, ma mi ritengo fortunata”, e la sua risata contagiosa lo certifica.

Una bella storia questa di Okairos, che il presidente di Assobiotec Alessandro Sidoli legge in due modi. È una conferma della qualità della nostra ricerca ma anche la dimostrazione che il sistema paese non riesce ancora a sfruttarla a pieno, perché dipendiamo dai capitali stranieri. Nessuno può garantire che il vaccino funzionerà anche sull’uomo ma serpeggia un cauto ottimismo. Cosa cambierebbe se risultasse efficace? “Cominceremmo col proteggere gli operatori sanitari consentendo loro di salvare altre vite”, dice Nicosia.  Proprio ieri Science ha pubblicato la sequenza del ceppo che quest’anno ha fatto oltre 1400 morti, con una tragica nota a margine: ebola ha ucciso cinque degli autori dello studio prima della pubblicazione.