profOggi studiosi solo di nome «rubano il posto» ai giovani talenti emergenti

Fonte: Il Tempo

Molti anni luce fa, quando l'università era una cosa seria e funzionava bene, la carriera del professore universitario era invidiabile, sia perché questi percepiva uno stipendio elevato, superiore alla media di quello degli alti funzionari dello stato, sia perché godeva di uno status sociale universalmente apprezzato. Non a caso un personaggio illustre del mondo della cultura e della politica (non me ne sovviene il nome, ma poco importa) disse, con un pizzico di malignità, che il suo sogno sarebbe stato quello di intraprendere la carriera universitaria perché, per il professore, l'anno durava un semestre, il semestre durava tre mesi, il mese più o meno tre settimane, la settimana tre giorni, il giorno un'ora, l'ora tre quarti d'ora. Naturalmente era una cattiveria gratuita. A quell'epoca — quando (ripetiamolo) l'università era una cosa seria e funzionava bene — i professori lavoravano davvero molto perché coniugavano insegnamento e ricerca e il primo era il frutto della seconda. Certo. Non erano sempre tutte rose e fiori. Gli illustri professori di una volta aveva spesso a che fare con la invidie, le piccinerie, le cattiverie dei colleghi, anch'essi illustri professori. Si sa, del resto, come vanno queste cose. Il buon Dio — si raccontava, all'epoca, negli ambienti accademici — quando decise di creare l'essere perfetto (umanamente parlando), più intelligente, più generoso e più affidabile, dopo lunga ponderazione, inventò il professore universitario (quello d'allora, s'intende). Satana, a sua volta, e per non essere da meno, decise di creare l'essere più meschino, più invidioso e più malvagio e, dopo altrettanto lunga ponderazione, inventò il collega del professore universitario. Ma a questo proposito, riconosciamolo, nulla è cambiato. Anche oggi il professore universitario e il collega del professore universitario si scambiano saluti affettuosi, si danno del tu, si coprono di lodi reciproche, ma poi cercano di pugnalarsi alle spalle. Per cui varrebbe ben la pena di adattare alla situazione un vecchio adagio a dire: dai colleghi mi guardi Iddio ché dai nemici mi guardo io. Però, malgrado i colleghi, l'università (ribadiamolo ancora una volta) era una cosa seria e funzionava bene. Anzi, i contrasti stimolavano la concorrenza intellettuale. Insomma l'università produceva cultura, sviluppava la ricerca e preparava la classe dirigente. Adesso non è una cosa seria e funziona male. Anzi malissimo. Non produce cultura, ma ideologia. Non prepara la classe dirigente, ma alleva, spesso, politicanti e agitatori. E, dulcis in fundo, mortifica la ricerca. La responsabilità del degrado è inutile andarla a cercare. Il dato di fatto è che il degrado c'è. C'è la dequalificazione della categoria. I professori universitari, in molti casi, entrano a far parte della casta dei sacerdoti della scienza non già perché le sono devoti, ma perché considerano quella magica parola, «prof.», come una sorta di onorificenza da esibire all'occhiello e da utilizzare in tutt'altra professione. E così i professori, quelli veri e quelli fasulli, i professori a tempo pieno e a mezzo tempo e a zero tempo si moltiplicano. basti pensare a quanti giornalisti e a quanti politici (cioè a quante persone, per la maggior parte, inutili) possono fregiarsi del titolo. Con quello che ne consegue. E cioè che i giovani studiosi, realmente interessati alla ricerca e disposti a fare sacrifici, sono sempre più penalizzati, privati di prospettive, ridotti a lavorare come schiavi nelle piantagioni non di cotone, ma del sapere banalizzato e, troppo spesso, pervertito dalla politica e dalla ideologia. La diminuzione di qualità della docenza è strettamente legata alle caratteristiche e alle esigenze di un'università di massa, ridotta a puro esamificio, quasi a distributore automatico di certificati di laurea per accedere a un qualche posto di lavoro o per migliorare la propria posizione impiegatizia. Una vera, semplice, efficace riforma dell'università dovrebbe puntare all'abolizione del valore legale del titolo di studio. Si decongestionerebbe l'università e, forse, si riqualificherebbe la ricerca. Ma (lo abbiamo scritto in altra occasione) è una riforma liberale. Impensabile in uno stato socialista quale è il nostro.