nonxgiovaniUn appello affinché prendano coscienza e non si facciano mettere i piedi in testa, ma anche un atto d’accusa verso la loro passività e il loro individualismo

Fonte: Europaquotidiano.it
di Daniele Castellani Perelli

n Non è un paese per giovani (110 pp, 10 euro, Marsilio, 2009), Elisabetta Ambrosi e Alessandro Rosina analizzano la condizione paradossale dei trentenni di oggi: sfruttati, senza voce e senza futuro, eppure incapaci di organizzarsi, protestare, farsi sentire.
Nel complicato dibattito sullo scontro generazionale, le colpe dei padri e le colpe dei figli, i due autori partono da una certezza: i sessantenni hanno gravi responsabilità per lo stato di decadenza in cui versa il nostro paese. La generazione dei padri è stata «spietata nel difendere le proprie posizioni di potere, incurante del bene comune e della crescita dell’Italia» e c’è «poco da salvare della loro azione pubblica».
Dall’altra parte, però, la generazione dei figli starebbe facendo molto poco per togliersi da una condizione che la sta pian piano condannando a diventare la prima «che ha la prospettiva di vivere peggio delle generazioni precedenti »: «In un simile contesto ci si aspetterebbero dure forme di rivolta e protesta da parte dei giovani. Invece le loro reazioni, se così si possono definire, sono assenti oppure scarsamente efficaci – scrivono Ambrosi e Rosina, lei giornalista e collaboratrice di varie testate tra cui Europa, lui professore di Demografia alla Cattolica di Milano – Troppo accondiscendenti nell’essere trattati più come figli che come cittadini, nel chiedere come favore dai genitori quanto negli altri paesi si ottiene dallo Stato come diritto, in loro hanno prevalso il disincanto, l’inerzia, l’arte tutta italiana di andare avanti vivacchiando ». Ai giovani, in particolare, gli autori rimproverano di non sapersi organizzare e di non essere abbastanza giovani, nel senso di aver abdicato alla funzione di essere «quel centro da cui nasce il nuovo».
Padri cinici o iperprotettivi, figli viziati e senza spina dorsale, ed ecco che la conseguenza non può essere che «una società squilibrata e iniqua, che non investe sulle sue risorse più vitali e non fornisce ai più capaci le opportunità che meritano».
Un quadro impietoso, in cui ai giovani non rimarrebbero che due strade: fuggire all’estero, oppure «rimanere, lavorando il doppio per ottenere la metà, ma con il rischio, sotto le continue sferzate, di diventare cinici. Imparare a sgomitare, a compiacere i capi, adattarsi alla logica secondo cui fa strada il più scorretto, e non il migliore, e per emergere bisogna schiacciare tutti quelli che ti stanno attorno».
La “rabbia” degli autori serve a rendere più chiara la provocazione, ma rischia anche di essere a volte ingenerosa verso una generazione, quella dei trentenni, che sarà pure «cresciuta a brioche e televisione», ma che spesso non ha alternative allo sfruttamento, soprattutto se proviene da famiglie non privilegiate (una osservazione di cui, in un altro punto, gli stessi autori si rendono conto, quando spiegano che anche i “bamboccioni” hanno le loro ragioni).
Certo la situazione è grave. Secondo un rapporto della Luiss del 2008, il 45% della nostra classe dirigente è sopra i 70 anni, contro una media del 30% nel resto dell’Occidente, e «siamo l’unico grande paese in cui è occupato solo un 15-25enne su quattro». Il welfare familiare, inoltre, non può certo essere una soluzione, perché «una società nella quale conta soprattutto scegliersi bene la famiglia in cui nascere, e poi tenersi buoni i genitori il più a lungo possibile, non è l’esatto ritratto di una società equa e dinamica».
Eppure qualche segno di speranza c’è. Non solo nei ventenni che scendono in piazza contro la riforma dell’università, ma anche – aggiungiamo noi – nel vento che soffia dall’esterno e che, grazie alla globalizzazione, non può non farsi sentire, prima o poi, anche da noi.
Ma si stava veramente meglio una volta, come a volte sembrano credere gli autori? È proprio vero che ai tempi dei nostri padri, «i bravi» alla fine «riuscivano », mentre oggi no? E siamo propri sicuri che siamo una generazione «post», di individui «cresciuti quando tutto è già passato, cresciuti senza strumenti per pensare al futuro e costruire il nuovo»? La Storia non è finita, e gli stimoli non mancano certo, anzi. Anche per questo motivo, il pamphlet di Ambrosi e Rosina è una lettura da consigliare non solo ai “grandi” che oggi detengono il potere (perché potrebbe far nascere in loro qualche senso di colpa), ma soprattutto ai più giovani.
Sebbene manchi di esplicite proposte (politiche e non), Non è un paese per giovani sa sicuramente parlare alle nuove generazioni, anche grazie ad alcune felici espressioni che lasciano il segno (come «la mancanza di meritocrazia delle nostre élite pro-merito»).
Chiunque abbia tra i 20 e i 35 (o anche 40) anni vi ritroverà i propri dubbi e potrà confrontarvi le proprie certezze.
Potrà non condividere affatto alcuni passaggi, ma certo non ne uscirà indifferente.
Soprattutto nel punto in cui gli autori incitano a «forzare il cambiamento », a «pensare in grande», ad affiancare uno spirito di solidarietà generazionale a un sempre più dilagante desiderio di auto-realizzazione.