Ora il cervello non ha più segreti con la nuova risonanza magneticaLa tecnologia è frutto della fusione di due tecniche esistenti. MEG-MRI fornisce immagini dettagliate e informazioni sul funzionamento dell’organo

Fonte: La Stampa
di Daniele Banfi

3 luglio 1977: una data che a molti non dirà nulla. Eppure, per la medicina, si tratta di uno di quei giorni da segnare sul calendario. 37 anni fa veniva eseguita, per la prima volta al mondo, una risonanza magnetica integrale. Un rivoluzionario modo di esplorare il corpo umano in tutta la sua complessità. Una tecnica che oggi si evolve e, grazie alla combinazione con la magnetoencefalografia (MEG), permetterà ai medici di ottenere immagini e informazioni sulle funzioni cerebrali ancor più dettagliate. E’ questo il caso di MEG-MRI, un progetto finanziato dall’Unione Europea che per l’Italia ha visto il coinvolgimento di Giacomo Rizzolatti, neuroscienziato di fama mondiale.

Difficoltà ad integrare le informazioni
Gli strumenti che oggi la medicina mette a disposizione per indagare il funzionamento del cervello sono essenzialmente due: risonanza magnetica per immagini (MRI) e magnetoencefalografia. La prima, in grado di fornire immagini dettagliate dell’organo, nel corso dei decenni ha assunto sempre più importanza come dimostra l’assegnazione del premio Nobel 2003 agli scienziati che per primi intuirono come sfruttare il campo magnetico a fini diagnostici. La MEG invece fornisce dati su come comunicano tra loro i neuroni. Informazioni, quelle provenienti dalle due tecniche, che per essere interpretate correttamente in chiave diagnostica devono essere necessariamente integrate. Un’integrazione che, oltre a costare tempo e soldi, non sempre può avvenire in maniera precisa.

Due esami in uno
Come spiega Risto Ilmoniemi -professore di ingegneria biomedica presso la Aalto University (Finlandia), coordinatore della ricerca- «L’obiettivo del nostro progetto 
è stato quello di sviluppare una tecnologia capace di fornirci, in un’unica soluzione, sia le informazioni della MRI sia della MEG». E’ così nata MEG-MRI, la fusione delle due tecnologie. Il progetto, iniziato nel 2008, ha portato alla realizzazione di un apparato diagnostico simile ad un casco da bicicletta capace -a differenza della classica risonanza magnetica- di rilevare, attraverso oltre 70 sensori, segnali elettromagnetici molto deboli.

I vantaggi della MEG-MRI
Ed è proprio quest’ultimo punto il grande vantaggio della MEG-MRI. Ad oggi uno dei principali limiti della risonanza magnetica è l’utilizzo di campi magnetici di elevata intensità. Un problema soprattutto per i portatori di pacemaker e le donne incinta. MEG-MRI, sfruttando campi a bassa intensità, può essere tranquillamente utilizzata anche in questi soggetti. Ma le novità non finiscono qui: «A beneficiare della tecnologia –continua l’esperto- saranno soprattutto le persone che soffrono di epilessia. Attraverso la sola MRI è difficile individuare i picchi di attività elettrica. Con la nuova tecnica invece sarà possibile conoscere esattamente dove e in che modo si originano le crisi. Non solo, l’approccio rivoluzionerà anche la chirurgia dei tumori cerebrali poiché, con MEG-MRI, sarà possibile individuare quelle parti del cervello, come l’area motoria o del linguaggio, da risparmiare durante l’operazione».

Il futuro
I dati delle prime analisi effettuate con MEG-MRI lasciano ben sperare. «Ad oggi stiamo lavorando al miglioramento dei sensori e del software di interpretazione dei risultati. Il primo prototipo sarà disponibile nel giro di 4-5 anni» conclude Ilmoniemi. Un approccio, che secondo gli addetti ai lavori, potrebbe rivoluzionare il campo delle neuroscienze.