Laureati, 17 su cento si iscrivono all’università dopo i 30 anniIl rapporto di Almalaurea rivela: quasi 3 laureati su 4 provengono famiglie i cui genitori non hanno completato un corso di studi universitari

Fonte: Corriere della Sera
di Valentina Santarpia

Meglio tardi, che mai. Nel 2013, 12 laureati su cento si erano immatricolati con 2-10 anni di ritardo e altri 5 su 100 con oltre 10 anni di ritardo. In pratica, i neo universitari «adulti» sono passati dall’11% al 17% nel giro di una decina di anni, dal 2001 ad oggi. Soprattutto nelle professioni sanitarie: tra infermieri, ostetrici, fisioterapisti e quant’altro, circa il 37% si è immatricolato all’università con più di dieci anni di ritardo rispetto all’età regolare o canonica, che per i corsi di laurea magistrale è 22 anni. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto Almalaurea, il consorzio di 65 università (tra cui quest’anno anche la Bicocca di Milano): una fotografia dei laureati usciti dalle università italiane nel 2013, che viene presentata questa mattina a Roma. Gli «adulti» sono più bravi rispetto ai ragazzi, tendono ad avere carriere più regolari,pur frequentando più raramente le lezioni e spesso lavorando: il 60% degli immatricolati all’università con un ampio ritardo sono lavoratori studenti. Ma, del resto, con gli anni è diventato sempre più frequente conciliare lavoro e studi, soprattutto al Nord-est: nel 203 il 48% di tutti gli studenti universitari che si sono laureati aveva svolto un’attività lavorativa coerente con i propri studi, soprattutto se si trattava di studi relativi all’insegnamento e al settore politico sociale.

Tre su quattro sono i primi laureati in famiglia
Sono ancora pochi rispetto al resto dell’Europa, abbandonano gli studi con più facilità, arrancano (avvocati e biologi molto più che infermieri e ostetriche), ma almeno un traguardo lo hanno raggiunto: i laureati italiani riescono a far compiere un balzo socio culturale alle famiglie d’origine, portando per la prima volta in famiglia il titolo di istruzione più alto. Succede al 74% dei laureati di primo livello, al 69% di quelli magistrali e al 54% di quelli a ciclo unico. E ciò nonostante sempre più spesso provengano da famiglie di origini umili: il 28% dei laureati di primo livello nell’ultimo anno aveva una situazione di partenza sfavorita, contro il 20% dei laureati del 2004.

Venti laureati su cento
Il quadro generale, soprattutto se confrontato con quello europeo, è sconfortante: dopo l’aumento delle immatricolazioni dal 2000 al 2003 (+19%), dal 2003 al 2012 il crollo di immatricolazioni è stato costante. Oggi solo 3 diciannovenni su 10 si immatricolano all’università, e sedici immatricolati su cento abbandonano nel corso del primo anno di studi. Il numero di laureati in Italia è del 21%, contro il 39% del mondo industrializzato rappresentato dai Paesi dell’Ocse. Siamo in fondo alla classifica, ai livelli di Repubblica ceca e Turchia. La possibilità di raggiungere il traguardo fissato dalla Commissione Ue (40% di laureati nella popolazione di 30-34 anni entro il 2020) diventa sempre più remota.

L’età media? 25,5 anni
Ma almeno non sforniamo più i laureati più vecchi del Continente: complice la riforma, se nel 2004 l’età media dei laureati sfiorava i 28 anni, oggi è di 25,5 anni per i laureati di primo livello, 26,8 per i magistrali a ciclo unico, 27,8 per i magistrali biennali. E su cento laureati, terminano l’università in corso 41 laureati triennali, 34 laureati a ciclo unico e 52 magistrali. Solo 13 laureati su 100 terminano gli studi oltre 4 anni dopo la durata normale del corso: mai si era visto un valore così basso.

Aspiranti infermieri più motivati dei futuri avvocati
Chi fa meglio? Sicuramente il rapporto Almalaurea svela che i corsi che formano per una professione ben definita sono quelli che spingono maggiormente ad impegnarsi. Perché tra i laureati di primo livello, concludono il percorso di studi nei tre anni previsti 67 laureati delle professioni sanitarie su cento, mentre all’estremo opposto solo 24 laureati su cento del gruppo giuridico e 31 su cento di quello geo-biologico riescono a terminare in tempo. Cioè: aspiranti infermieri, ostetrici, radiologi, sono assai più motivati che futuri avvocati, biologi, geologi. Merito anche dei tirocini formativi, che infatti vengono usati nell’86% dei corsi per le professioni sanitarie, e solo nel 41% di quelli giuridici o ingegneristici. Psicologi, geologi, biologi e ingegneri tendono quindi a rimandare l’ingresso nel mondo del lavoro: e a proseguire gli studi anche dopo la laurea, in particolare al Sud.

In volo verso il Nord
Per quanto riguarda le performance, i laureati nostrani non spiccano il volo rispetto agli anni scorsi: il voto medio è 102,4 su 110 nel 2013, anche se poi cambia molto in base all’ambito disciplinare e la durata del corso. E le donne restano più brillanti rispetto agli uomini: si laurea in corso il 45% delle donne contro il 40% degli uomini, e il voto medio è generalmente più alto (103,3 contro 101). Peccato che poi sul mercato del lavoro sono quelle che incontrano più difficoltà a sistemarsi. Ma tutti sono sempre più disposti a partire per acquisire professionalità e stabilità del posto di lavoro: non solo spostandosi da Sud a Nord, come da tradizione, bensì anche muovendosi verso l’estero. La metà dei laureati è disposta a lavorare fuori, con picchi record tra i graduati in materie linguistiche (60%), gli ingegneri e gli architetti (51%).