Lavoro, fuga di cervelli raddoppiata in dieci anniDati Istat: dal 2001 al 2010 la percentuale dei laureati che cercano fortuna all’estero è passata dall’8,3% al 15,9%

Fonte: Utools.it

Dal 2001 al 2010 la percentuale dei laureati che cercano fortuna all’estero è passata dall’8,3% al 15,9%
Dai dati Istat sui cittadini italiani residenti all’estero presentati ieri dal presidente Enrico Giovannini, nel corso di un’audizione al Senato, è emerso che la fuga di cervelli dal nostro Paese non si arresta.

Dal 2001 al 2010 l’incidenza dei laureati italiani sul totale degli espatri è raddoppiata, dall’8,3% al 15,9%. Al crescere del numero degli anni dedicati allo studio, la propensione a spostarsi verso altri Paesi tende ad aumentare. I dati sono riferiti a chi si è laureato nel 2007 e risulta all’estero nel 2011, un campione di 6.300 persone, pari al 2,1% dei laureati di cittadinanza italiana. Il 64% di questi sono occupati, il 10,9% è in cerca di lavoro e il 24,1% non lavora e non cerca lavoro, perché impegnato in dottorati (le percentuali italiane sono del 72,1%, 15,1% e 12,9%).
In generale la propensione a spostarsi all’estero è più elevata per i laureati che provengono da discipline scientifiche, dei quali ben il 3,7% sceglie di espatriare, contro il 2,3% dei laureati in discipline umanistiche e politico-sociali, il 2,1% in quelle economico-statistiche e solo lo 0,5% nell’area medica (in cui si include anche l’educazione fisica) e 0,7% in quella giuridica.

Tra i laureati ‘originari’ del Nord (cioè residenti in questa ripartizione prima dell’iscrizione all’Universita’) è il 2,5% a vivere abitualmente in un altro Paese nel 2011. La quota si riduce passando alle regioni centrali (2,1%) e ancora di più per il Mezzogiorno (1,8%). Le principali mete di destinazione dei laureati 2007 sono Paesi europei: Regno Unito, Spagna, Francia, Germania e Svizzera, che raccolgono circa il 60% di presenze, mentre fuori dell’Europa ci si reca soprattutto negli Stati Uniti.
I laureati italiani che vivono all’estero sono più impegnati rispetto ai colleghi rimasti in Italia in lavori continuativi alle dipendenze, sia a tempo indeterminato che a tempo determinato (circa l’80% rispetto al 68%), meno diffusi i lavori autonomi e occasionali/stagionali. Oltre la metà svolge un lavoro dirigenziale o di elevata specializzazione contro il 42% degli italiani rimasti in Italia.

Sul fronte retributivo, infine, i laureati all’estero che svolgono un lavoro continuativo a tempo pieno guadagnano mediamente 540 euro in più rispetto ai colleghi rimasti in Italia a parità di condizione di lavoro. Sui motivi determinanti per la scelta dell’emigrazione, quasi il 64% dei laureati che vive all’estero ha dichiarato di aver fatto tale scelta per la possibilità di trovare un lavoro più qualificato, il 61% per la possibilità di una maggiore retribuzione; il 51,8% perché il Paese di destinazione è all’avanguardia nel settore di interesse. La situazione è sintomo di un Paese che ha smesso di puntare sui giovani e che non fornisce risorse adeguate alla ricerca, campo in cui spesso l’Italia eccelle nonostante le difficoltà di finanziamento e mezzi.