tshumiGli spazi universitari di Architettura in Florida ideati da Bernard Tschumi

Fonte: la Repubblica
di Eva Grippa

A vederlo così, il campus della facoltà di Architettura dell’università della Florida sembra uscito da un fumetto: colorato, ironico con gli edifici che si aprono come origami e prendono forma da un processo di piegamento delle superfici che genera angoli retti anche lì dove le pareti potrebbero scorrere lisce, perpendicolari al terreno, senza colpi di testa.

Energico come il sole di Miami che durante tutto l’anno ne accende le superfici, rivestite da migliaia di piastrelle. Il Paul Cejas School of Architecture Building è infatti tra i migliori esempi di impiego di materiali ceramici in ambito architettonico. L’architetto Bernard Tschumi, al quale nel 2002 viene affidato il compito di ideare i nuovi spazi universitari, con la razionalità tipica delle origini svizzere e l’estro derivato da quel po’ di sangue francese che gli scorre in corpo, decide che il campus deve essere un luogo per facilitare lo scambio e “catalizzare le relazioni” delle persone che lo vivono: studenti, professori, visitatori.

Per farlo, deve strutturarsi in uno spazio pubblico aperto in cui elementi diversi si integrano in un continuum architettonico scansito da “intervalli cromatici”. Progettare i luoghi della produzione immateriale, ovvero gli spazi in cui si lavora per produrre idee, non è compito facile. Lo dicono studi che legano l’influenza dell’ambiente alla produttività. Lo confermano storie come quella dell’Università di Cambridge che ha visto assegnare quasi l’80 per cento dei Nobel vinti da studiosi inglesi ai propri studenti.

Nella progettazione del complesso di Miami, Tschumi si investe di questa “missione” studiando le diverse attività che vi si svolgono e assegnando a ognuna il proprio spazio. Aule e uffici vengono collocati in due edifici semplici e lineari, minimali e dipinti di bianco, affacciati sulla grande corte all’aperto che dà continuità al complesso, mentre i luoghi collettivi (un auditorium da 200 posti, un caffè, una terrazza, una galleria d’arte e una biblioteca) sono ospitati in due edifici volutamente “diversi”, eclettici nelle linee e vitali nei toni accesi delle superfici che sfumano dal rosso al giallo. I loro volumi geometrici sono interamente rivestiti di piastrelle in grès porcellanato serie Città, dell’italianissima Marazzi, una monocottura brillante e luminosa resistente all’abrasione, agli sbalzi termici e a ogni tipo di agente.

Tschumi, a dirla tutta, si avvicina all’uso della ceramica non senza perplessità. Per il rivestimento degli edifici vuole colori brillanti e solo dopo innumerevoli prove con materiali diversi, dai mattoni alla semplice verniciatura, si chiede se le piastrelle possano costituire la soluzione al problema, rendendo l’effetto brillante, riflettendo nel modo giusto la luce, garantendo la giusta resistenza. Una volta certo che la ceramica possa fare al caso suo, Tschumi si diverte a giocare con i possibili impieghi: accostando monocotture di 20x20 cm di diversa tonalità ottiene un’originale “pixellatura” delle pareti, un effetto cromatico dato dalla somma di diverse unità di colore che appaiono come un’unica macchia sfumata. I colori e le gradazioni del grès danno corpo ai volumi degli elementi architettonici, tanto che la “texture”, il disegno ottenuto accostando le piastrelle, cambia non solo da un edificio all’altro ma anche da parete a parete.