Ora le Università sono più sensibili. Meno ostacoli verso la laureaA chi ha disturbi specifici dell’apprendimento non si danno facilitazioni: la loro è una laurea come tutte le altre

Fonte: Corriere della Sera
di Daniela Natali

I bambini dislessici diventano ragazzi e poi adulti dislessici. Ma ci sono adulti tanto ben "compensati" da rendere impossibile riconoscerli come dislessici? E in che cosa consiste esattamente questa "compensazione"? «Abbiamo bisogno di molti altri studi in materia — risponde Enrico Ghidoni, responsabile del Laboratorio neuropsicologico dell’Arcispedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia —, ma si può dire che un terzo del persone con dislessia diventi nel tempo così "abile", che è possibile "riconoscerlo" solo con specifici test; un terzo ha qualche problema in più e un altro terzo ha anche da adulto serissime difficoltà di lettura. Quanto alla "compensazione" può voler dire due cose. Da una parte, significa imparare tecniche di lettura specifiche. Si può, per esempio, non leggere in modo analitico, parola per parola, ma una parola qui e una là, senza però perdere il senso del discorso, oppure si può semplicemente imparare a darsi delle pause mentre si legge, facendo, magari, qualche minuto di ginnastica rilassante. Ma "compensazione" vuol dire anche uso di tutta una serie di strumenti che vanno dai sintetizzatori vocali, agli audiolibri, ai videotesti».

LEGGE 170 - Ma i ragazzi dislessici, o in generale con disturbi specifici dell’apprendimento, all’Università riescono ad andarci? Dal 2010, con la legge 170 che ha cambiato tutto il mondo scolastico dei dislessici, dei discalculici, disgrafici e disortografici, la risposta è sì. O almeno "nì". Anche le Università si sono infatti aperte, con tutta una serie di iniziative, agli studenti con questo tipo di difficoltà. E gli stessi ausili che vengono concessi nelle scuole sono consentiti anche negli atenei: uso di personal computer per scrivere, sintetizzatori vocali, calcolatrici, il 30% di tempo in più nelle prove scritte, la possibilità di privilegiare esami orali, l’invito a considerare nelle valutazioni più il contenuto che la forma e l’ortografia.In più, alcuni atenei affiancano a tali studenti la figura di un tutor (solitamente uno studente senior che ha frequentato un corso apposito ed è retribuito) per garantire ad ogni ragazzo con disturbi specifici dell’apprendimento circa 70 ore di sostegno all’anno. A tutto questo si aggiunge il servizio di accoglienza per studenti con disabilità e con disturbi dell’apprendimento. Se per la grande maggioranza delle Università queste sono tutte novità, e la macchina organizzativa si è messa da poco in moto, c’è chi da anni aveva previsto servizi simili.

COSTO ZERO - «All’Università di Modena — racconta Elisabetta Genovese, delegato del Rettore alla Disabilità e ai Disturbi specifici dell’apprendimento — siamo partiti nel 2004 con appena tre studenti, nello scorso anno erano 54. Potranno sembrare pochi sui 20 mila studenti presenti nel nostro ateneo, ma è stato l’inizio di una rivoluzione. E gli allievi arrivano da tutta Italia, perfino dalla lontana Sicilia». «Il problema — prosegue Genovese — è che bisogna fare tutto a costo zero, non sono previsti finanziamenti specifici anche se, a dire il vero, il decreto legge che dà fondi alle Università in base al numero di studenti disabili che ospitano, quest’anno, per la prima volta, ha compreso tra i disabili anche i ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento». «Quello che vorremmo fosse chiaro — puntualizza Giacomo Guaraldi, responsabile del Servizio accoglienza studenti disabili e dislessici universitari — è che a questi allievi non vengono concesse delle "facilitazioni". La loro non deve essere, e non è, una laurea speciale, ma una laurea come tutte le altre, ugualmente spendibile nel mondo del lavoro. Dobbiamo quindi istituire per questi futuri dottori prove veramente equipollenti. Qui a Modena ci siamo riusciti e i nostri studenti sono ugualmente presenti in tutte le facoltà: si va da ingegneria a medicina».