governanceIl mondo universitario è in trepida attesa dell’approvazione di un nuovo quadro normativo per quanto riguarda la governance e il finanziamento pubblico

Fonte: ilVelino.it
di Luca Solari

Si inseguono testi provvisori e commenti autorevoli che attraversano le stanze dei tanti luoghi del potere dentro i nostri Atenei. Dopo le stagioni del no preventivo quando era ministro Letizia Moratti e dopo il levarsi di scudi rispetto alle prime uscite pubbliche del ministro Gelmini (allora mal consigliata dal professor Giavazzi, illustre nel proprio campo, ma alquanto sprovveduto quando si parli di gestione ed organizzazione di sistemi complessi), il sistema sembra aver incassato la botta ed essersi disposto almeno a negoziare se non ad allinearsi. Tuttavia, per quanto incisiva possa essere l’azione del governo, essa sembra destinata a concentrarsi prevalentemente sul tema della governance, ovvero le regole di composizione dei principali organi di funzionamento dell’università: Senato accademico, Consiglio di Amministrazione, Facoltà e Dipartimenti. Inoltre, su essa influisce in modo prevalente una visione ideologica che vuole l’università baricentrata sulla ricerca, sostenuta da un nutrito gruppo di economisti politici originari dell’Università Bocconi quali Perotti, Giavazzi, Ichino e Checchi che hanno forzato un’analogia con il funzionamento di alcuni atenei prevalentemente del mondo anglosassone.

Sul primo punto, a mio parere come membro dei due organi di governo dal 2003 ad oggi e partecipante ai vari organismi di dipartimento e di facoltà, il rischio dell’iniziativa di riforma è che non si riconosca che i veri nodi non sono nel cambiamento di chi guida la macchina universitaria, ma proprio nella mancanza di un potere reale di governo a causa di una serie di fattori:

1. pluralità non controllata di centri decisionali autonomi: in un’università le decisioni vengono prese a livelli molto diversi con autonomia talvolta improponibile nel mondo aziendale. Ad esempio, il Dipartimento ha una autonomia quasi esclusiva nell’utilizzo delle risorse che acquisisce anche in virtù dell’appartenenza al sistema Ateneo e nelle scelte di potenziamento dell’organico. Pur avendo natura apparentemente democratica, la mancanza di qualsiasi criterio oggettivo, fa sì che in quest’ambito in realtà si trovi spesso ad operare un’oligarchia stabile frutto di processi spesso causali che negozia ai margini le risorse per gli altri membri. Questo produce un reiterarsi nel tempo di condizioni di cattiva allocazione delle risorse che però non sono denunciabili in quanto ricoperte da un velo di democraticità apparente;

2. prevalenza di logiche basate sullo status e sull’anzianità: i sistemi decisionali dell’università se sulla carta attribuiscono a tutti una possibilità di partecipazione sono sostanzialmente governati da principi di status che rendono i professori ordinari stabilmente più influenti delle altre componenti e da logiche di anzianità. Le vere decisioni si prendono infatti fuori dagli organi che sono muti luoghi di ratifica. Le votazioni sono quasi sempre all’unanimità perché il dissenso viene sconsigliato e vigono logiche di clan fortissime alle quali è difficile sottrarsi. Le elezioni infine non sono quasi mai caratterizzate da contendibilità, ma preordinate sempre dalla succitata oligarchia. Si tratta a ben vedere di comportamenti in cui si configura più una responsabilità morale che effettiva e quindi difficilmente perseguibili ed eradicabili se non sottraendo potere agli organismi accademici.

3. aggregazioni di interesse e logiche di clan: nei grandi atenei si forma quello che in passato ho definito un federalismo malato, dove ogni livello è impegnato in una costante opera di negoziazione al suo interno e con il livello successivo fino all’unità decisionale più minuta che è il gruppo di docenti legati da appartenenza disciplinare e da legami di potere di origine concorsuale. Questo rende di fatto impossibile l’ordinamento di priorità rispetto alle reali potenzialità ed esigenze e anche inserire meccanismi di merito (ad esempio sul fronte della ricerca scientifica) non consentirà di scalzare posizioni pregresse e corre il rischio di rafforzare sempre più chi ha nel passato già dominato.

4. incompetenza gestionale e scarsa formazione dei docenti: i docenti che ricoprono ruoli amministrativi non hanno studiato per questo, non posseggono le competenze richieste e in generale dedicano poco tempo all’apprendimento e si limitano a gestire il potere che deriva dalla carica. Questo si attenua un po’ negli organi centrali ma quasi sempre grazie a scelte individuali e non per necessità e per obbligo. Sarebbe opportuna la creazione di ruoli con responsabilità reali da affiancare alla gestione delle strutture dipartimentali più che degli organi centrali, dato che è a livello di dipartimento che si originano la gran maggioranza delle decisioni. Potrebbe avere un qualche impatto anche il riconoscimento esplicito di tre ruoli nel docente: un ruolo didattico, uno di ricerca ed uno gestionale da pesare in modi diversi, ma da usare come vero meccanismo di valutazione invece che affidarsi alla sola ricerca.

5. sistema amministrativo in molti casi obsoleto e popolato prevalentemente da competenze di natura burocratico-amministrativa: l’università italiana è un sistema costruito per distribuire risorse e rispettare norme burocratiche. Al suo interno sono sovrabbondanti risorse non qualificate che si sono nel tempo spostate grazie all’anzianità su ruoli anche importanti e in generale è sovra-rappresentata la competenza di natura legale mentre servizi nodali come quelli ad esempio informatici sono drammaticamente sotto staffati. (segue)

Sul secondo punto, infine, credo sia opportuno osservare alcuni punti nodali:

1. il sistema italiano è quello di un’università sia didattica sia di ricerca a prevalente finanziamento pubblico con un ambizione ad un accesso all’istruzione universitaria il più ampio possibile

2. la cultura degli accademici italiani non riproduce quei comportamenti di supporto e di condivisione della ricerca che possono aiutare lo sviluppo dei giovani ricercatori e nel contempo evitare derive puramente individualistiche

3. l’importanza della didattica negli atenei anglosassoni è data dalla diffusa presenza di percorsi MBA e confermata da una pervasiva opera di misurazione della qualità della didattica che si affianca al merito scientifico nelle decisioni di promozione o di tenure

4. il sistema delle riviste internazionali basate su peer review è di gran lunga migliore di quello italiano, tuttavia, anche in esso si verificano processi decisionali basati più su logiche di appartenenza e vicinanza che non di reale qualità scientifica e merito. (segue)

L’insieme di queste condizioni evidenzia come cedere alle lusinghe di un modello del tutto teorico come tradizione degli economisti puri faccia corre il rischio di un proliferare di regole astratte (ad esempio nella rincorsa a valutare riviste e articoli) che sono nemiche del cardine del sistema anglosassone che è la discrezionalità della scelta e non l’obbligatorietà in funzione di un sistema di score della sola ricerca come rischia di accadere da noi. Gli economisti puri, infatti, dimenticano come esistano condizioni di path dependence nel cambiamento organizzativo di un sistema complesso ed articolato come quello universitario e il potenziale disastro del nuovo sistema concorsuale suggerito dal professor Giavazzi ne è un esempio lampante, poiché scambia il caso con un meccanismo perequativo. Modificare l’università richiede in sintesi di toccare le due componenti centrali: il sistema amministrativo e il ruolo dei docenti. Sul primo è necessario chiedere alle università piani di ristrutturazione degli organici e proposte di organigrammi diversi e coerenti con le reali sfide e obiettivi perché anche un organo di governo modificato comprende la struttura attraverso i documenti e le azioni del sistema tecnico-amministrativo che oggi in molti casi non dispone nemmeno di un sistema di contabilità economica. Sul secondo, è opportuno riconoscere l’esistenza di tre ruoli (didattica, ricerca e amministrazione) che non sono misurati dalla sola produttività scientifica. Se l’università è anche un luogo di apprendimento come già sosteneva Stephen Kerr, la qualità della ricerca è una componente che diviene priva di significati se non accompagnata da capacità didattica e reale coinvolgimento nel funzionamento e negli obiettivi dell’istituzione universitaria che non può continuare ad essere interpretata come un puro contenitore per i propri interessi individuali.