Prove di ammissione all'università: utili ma se c'è competizione e orientamentoNegli ultimi tempi si è discusso molto dell’opportunità e del costo delle prove di ammissione ai corsi di laurea, in particolare per corsi che non sono a numero programmato a livello nazionale (come Medicina o Architettura)

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Massimiano Bucchi

Gli obiettivi di queste prove dovrebbero essere essenzialmente due: individuare gli studenti in grado di ottenere i risultati migliori in quel corso di studi e analizzare i livelli di competenze in entrata.

Obiettivi importanti e ragionevoli, ma che rischiano di avere valenza limitata in un contesto come il nostro. Nei Paesi come il Regno Unito, in cui vi è una reale (talvolta perfino esasperata) competizione tra studenti per entrare nelle università migliori e tra università per attrarre gli studenti più promettenti, la selezione in ingresso è un percorso che inizia già sui banchi di scuola e comprende in alcuni casi anche colloqui motivazionali. Come è noto, infatti, c’è una grandissima differenza tra laurearsi a Cambridge e laurearsi in un oscuro politecnico, e un sistema di borse di studio e prestiti consente effettivamente allo studente selezionato di trasferirsi per frequentare i corsi più prestigiosi.

Ben diverso è qui da noi, dove il valore legale del titolo di studio e meccanismi premiali finora più promessi che attuati deprimono la competizione tra atenei e scoraggiano la mobilità degli studenti. Si testi pure la competenza dello studente, dunque, ma senza ipocrisia.  Soprattutto in alcune aree geografiche, tanto per gli studenti quanto per gli atenei, non si tratterà di scegliere fior da fiore, ma di adattarsi comunque a quello che è disponibile ‘sotto casa’ -  in uno scenario segnato, negli ultimi decenni, da una proliferazione di sedi universitarie quasi in ogni comune. Si noti per inciso che il tasso più elevato di corsi a numero programmato decretato su base locale si trova al Sud: 35,5%, contro il 27% del Nord e il 16,9% del Centro.

Non meno utile, almeno potenzialmente, è l’analisi delle competenze in entrata. Occorre però – e alcuni atenei sono già su questa strada – valorizzarla compiutamente, non solo per attribuire ‘debiti’ formativi individuali a chi risulta meno preparato ma per mettere a punto la stessa offerta didattica. D’altra parte, se gli studenti escono da scuola con lacune sistematiche, bisogna prenderne atto e tentare di colmarle.

Sarebbe inoltre importante condividere e discutere approfonditamente i risultati delle prove con il mondo della scuola. Ogni percorso di selezione, infatti, non può prescindere da un rafforzamento, a monte, delle attività di orientamento. Anche in questo campo alcune università, negli ultimi anni, hanno intensificato gli sforzi e moltiplicato le iniziative. Basterà tuttavia ricordare un dato per far capire quanto resti da fare a livello nazionale: l’Italia è all’ultimo posto su 34 Paesi OCSE (dopo Estonia, Cile, Turchia...) per percentuale di laureati e dottorati in matematica e informatica sul totale dei laureati e dottorati (2,1%, la media OCSE è 4,3%, fonte: Annuario Scienza e Società 2012 di Observa Science in Society).