Università più competitiva attraverso la meritocrazia"Se richiamiamo tutti all'applicazione della meritocrazia, anche le Università devono sottostare a questa regola"

Fonte: la Repubblica
di Giacomo Deferrari (rettore dell'Università degli Studi di Genova)

Cara Repubblica,
partendo da ciò di cui mi occupo, sento la necessità di una vera applicazione della riforma universitaria e di un radicale trasformazione del "sistema Italia". I cambiamenti, sempre più accelerati, della conoscenza faticano a trovare applicazione nel modello di funzionamento del nostro Paese. Siamo a tutti gli effetti un'economia con grandi potenzialità che è ferma, da anni, e non solo per colpa della crisi globale. I mali sono diversi.

Ne elenco alcuni: la burocrazia, l'assenza della meritocrazia, la corruzione, la spesa enorme e non produttiva dell'apparato statale e in ultimo l'incapacità della politica nel dare risposte a un necessario ammodernamento del proprio funzionamento. Non vorrei dare l'impressione di chi pensa che la responsabilità sia sempre e solo degli altri. Alcuni punti deboli sopracitati sono comuni al sistema universitario. Il compito di chi governa oggi gli atenei è quello di rimuoverli. Non si può più rimandare, non vi sono vie di mezzo, non vi sono alternative; pena il fallimento di tutti. Per fare ciò vi devono essere adeguati finanziamenti alla formazione superiore trasferiti secondo criteri rigidi che si basino su performance e vera autonomia, con logica "concorrenziale" tra atenei, e negli atenei, facendo emergere in questo modo le vere eccellenze.

Se richiamiamo tutti all'applicazione della meritocrazia, anche le Università devono sottostare a questa regola. Così facendo garantiremmo una promozione della formazione avanzata e della ricerca innovativa attraverso processi trasparenti, scelte responsabili e risultati eccellenti. Solo in questo modo daremo alle nostre Università l'opportunità di concorrere in un ambiente aperto, globale e fortemente competitivo.

Riprendo una ricerca della Crui (conferenza italiana dei Rettori), realizzata con collaborazione con "The European House  -  Ambrosetti" in cui si individuavano alcune proposte per rilanciare la competitività delle Università italiane e del Paese. Cito per esempio la rimozione dei fattori inibitori dello sviluppo e la riduzione della distanza rispetto alle condizioni ideali di efficienza e competitività. Si tratta, in sintesi, di rimuovere nodi strutturali che frenano la nostra crescita.

Per quanto riguarda gli atenei deve crescere la consapevolezza, nell'opinione pubblica, e nella classe politica, che investire nell'Università (in Italia addirittura si tagliano gli investimenti per la formazione e per la ricerca) significa candidarsi a vincere la competizione sul capitale umano. In ultimo il sistema universitario, fatta salva la propria autonomia, deve concorrere a scrivere e realizzare un vero e proprio "Progetto Paese per la competitività e la crescita" in gradi di far fare all'Italia un vero salto di qualità. Questo ci permetterà davvero di interrogarci su quale futuro hanno i giovani in Italia, altrimenti temo che dovremo domandarci se c'è futuro per i giovani nel nostro Paese.

E se tutto ciò non accadesse? Allora, se oggi avessi 18 anni studierei bene l'inglese e dopo aver terminato il percorso formativo in Italia cercherei di costruire il mio futuro fuori dai confini nazionali. Può apparire come una provocazione, e in parte lo è, soprattutto perché non ho 18 anni e, considerato il mio ruolo, sento il dovere morale di creare le condizioni affinché i giovani, una volta usciti dall'Università trovino un Paese in grado di valorizzarli.

Dico questo perché sono fortemente convinto che la competizione è internazionale e diventa fondamentale la capacità, che altri Paesi hanno (anche nei confronti dei nostri migliori laureati), di attrarre capitale umano; proprio il capitale umano, nell'epoca dell'economia della conoscenza, è un fattore chiave per lo sviluppo e per la competitività. Un dato indicativo? Tra i Nobel vinti dagli Italiani, il 62% sono stati aggiudicati a nostri connazionali che operano all'estero.