robotGià ora, e ancor più domani, quando si costruiranno robot capaci di svolgere molte attività diversificate, si porrà il problema di comprendere quale etica debba regolare la convivenza tra esseri umani e macchine

Fonte: Unina.it
di Ernesto Burattini

C’era una volta la cibernetica, forse così può iniziare una breve presentazione della Robotica Cognitiva. Era il 1943 quando sulla rivista ‘Philosophy of science’ apparve l’articolo di Wiener, Rosenblueth e Bigelow dal titolo ‘Comportamento, scopo e teleologia’ (Behavior, purpose, and teleology) considerato il manifesto della Cibernetica, una disciplina che proponeva una contaminazione tra la teoria del controllo, la teoria dell’informazione, e la biologia, finalizzata alla spiegazione dei principi comuni del controllo e della comunicazione negli animali e nelle macchine.

Dopo circa 60 anni, siamo approdati, alla Robotica Cognitiva passando attraverso l’Intelligenza Artificiale. Anche questa, come la Cibernetica, suscitò al suo apparire (McCarthy et al. 1955) grandi attese ipotizzando di poter aggirare, con il concetto di funzionalismo, la necessità di modellare esplicitamente il biologico proponendo, in alternativa, la rappresentazione del pensiero attraverso gli strumenti della logica. L’evoluzione di queste due discipline ha portato oggi alla Robotica Cognitiva che cerca di coniugare la modellistica biologica, etologica, psicologica con i meccanismi inferenziali, potendosi per altro avvalere di strumenti di calcolo molto più potenti e di sensori e motori molto più raffinati del passato.

Ma quali sono gli attributi che deve possedere un robot con capacità cognitive? Esso deve essere in grado di svolgere compiti in maniera autonoma ed efficiente, in ambienti anche sconosciuti; interagire e cooperare eventualmente con l’uomo in maniera sicura (per entrambi); essere in grado di prestare attenzione, prendere autonomamente decisioni e recentemente si richiede anche che mostri emozioni. Ovviamente, gli attuali robot non posseggono tutti questi requisiti ma molti progetti di ricerca vanno in questa direzione e alcuni risultati già si vedono. Oggi ci sono robot che giocano al calcio, c’è una RoboCup a livello internazionale, o suonano uno strumento, dal flauto, al piano, al violino, richiamandoci alla memoria gli automi settecenteschi di Vaucanson, o giocano con un bambino (si veda il trafiletto apparso sul Corriere della Sera del 23 Aprile scorso intitolato ‘Il robot che accarezza i bimbi (meglio di niente)’), o aiutano l’uomo in qualche lavoro, ma ognuno di essi sa svolgere, in genere, una sola di queste attività. L’obiettivo, che si ha ora davanti, è quello di far convivere, in un unico artefatto, diverse capacità cognitive, ad esempio aiutare nei lavori domestici e suonare il piano, lavorare ad una catena di montaggio e giocare a pallone, accudire un disabile interpretando o prevenendo le sue necessità e desideri.

Molte discipline possono essere fonti di ispirazione per la Robotica Cognitiva. L’etologia che può suggerire metodologie di analisi di comportamenti elementari, le neuroscienze che possono proporre strutture hardware e software come le reti neurali per programmare queste macchine, la psicologia che può indicare la via per dotare di meccanismi attentivi, emotivi e motivazionali i robot del futuro.

Già ora, e ancor più domani, quando si costruiranno robot capaci di svolgere molte attività diversificate, si porrà il problema di comprendere quale etica debba regolare la convivenza tra esseri umani e macchine dotate di molte prerogative finora riservate ai primi. Alle ben note tre leggi dettate da Asimov in “Io Robot”, che valevano solo per i robot, bisognerà aggiungere leggi che valgano sia per gli uomini che per i robot. Forse si può concludere dicendo: ‘Che siamo fatti di carbonio o di silicio non ha importanza: ciascuno di noi deve essere trattato col giusto rispetto’ (da Odissea 2010 di Arthur C. Clarke).