Perché si dice che il collerico è una persona «biliosa»La definizione risale a Ippocrate, secondo il quale gli attacchi d'ira erano dovuti a una eccesso di bile nel sangue

Fonte: Corriere della Sera
di Armando Torno

Il collerico è sempre una creatura interessante, soprattutto se non rappresentiamo l’oggetto delle sue attenzioni. Lo è per lo psicologo che ne registra la labilità emotiva e lo è per la caratteriologia. René Le Senne, che nel 1945 pubblicò un autorevole trattato su tale materia, ci assicura che il soggetto in questione è denotato dai seguenti tratti: attività, emotività, primarietà. Qualcuno, a dire il vero, preferisce le soluzioni antiche per individuare un collerico. Per esempio, se si riaprono i testi di Ippocrate — il medico greco che s’interessava alle cause naturali delle malattie e attribuiva solo alla Natura il potere di guarirle si scopre che il povero paziente soffrirebbe di un eccesso di bile nel sangue. Non è così semplice o scontata la sua spiegazione. E poi occorre stabilire di quale colore sia questa dannata bile.

Ippocrate aveva cercato di comprendere la natura umana attraverso quattro umori base, ovvero bile nera, gialla, flegma (ciò che è prodotto dalle mucose nelle vie respiratorie) e sangue. Il buon funzionamento di un organismo dipendeva dall’equilibrio che si instaurava. Ma la sua, oltre a essere una teoria eziologica della malattia, consentiva agli umori di gettare luce sulla personalità: l’eccesso di uno dei quattro avrebbe condizionato carattere, temperamento e la cosiddetta «complessione». Il malinconico, per esempio, soffre di sovrabbondanza di bile nera (si presenta magro, debole, pallido, sostanzialmente triste); il collerico, invece, denuncia un eccesso di bile gialla. Anch’egli è magro, ma è altresì irascibile, permaloso, a volte è colto da generosità, sovente diventa superbo. La teoria delle passioni era all’inizio, ma se un collerico si fosse presentato a Platone, ne avrebbe sentite di tutti i generi passando tra i diversi suoi dialoghi, dal Fedro al Timeo. Forse avrebbe fatto meglio a presentarsi ad Aristotele che, tra l’altro, oltre ad avere difeso la collera, gli avrebbe ricordato il termine orgé. Di cosa si tratta? Semplicemente dell’agitazione che gonfia il cuore, il sentimento o la passione, in particolare l’irritazione. È complementare, per taluni aspetti, a thumos, il soffio della vita, il muscolo cardiaco come sede delle passioni, in particolare di coraggio e collera. Ma senza entrare nelle questioni anatomiche, Seneca avrebbe risposto — come ha scritto nel De ira che alla collera sono da attribuire i delitti più gravi, dall’omicidio alle lotte civili, dai dissensi familiari alle guerre, anche se essa resta «il desiderio, non la possibilità concreta di infliggere un castigo». Tutti in quel tempo, ad Atene e a Roma, ricordavano l’ira di Achille, che si legge ancora oggi sui banchi di scuola quando si apre l’Iliade di Omero, e allora come ai nostri giorni ci si rende conto che essa ha determinato gran parte dell’andamento del celebre poema.

Non tutte le collere sono uguali e, come osserva con arguzia Gisèle Mathieu-Castellani che ha appena pubblicato un Éloge de la colère dall’antichità al Rinascimento (Hermann Éditeurs, pp. 452, 35), «merita che noi la consideriamo come una risposta ragionevole, una reazione tutta naturale a un atto di ingiustizia che non possiamo tollerare con il pretesto di preservare la nostra tranquillità egoista». Gli effetti dello squilibrio degli umori a volte lo accettiamo, altre volte ci provoca orrore. Due esempi? Il più classico dei collerici che apprezziamo è Gesù, così come il Vangelo di Giovanni lo descrive in un momento in cui ricorre alle mani: «[13]Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. [14]Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco.[15] Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, [16]e ai venditori di colombe disse: "Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato"» (2, 13-16). L’altro, che non è facile condividere, è l’uccisione dello zar Paolo I. Prendiamo in prestito la descrizione lasciataci da Maurice Paléologue nel suo saggio dedicato al figlio dell’assassinato, il vincitore di Napoleone Alessandro I (Mondadori 1938): «Lo zar non sospetta nulla. È nel primo sonno, quando un rumore formidabile, una visione spaventosa lo buttano giù dal letto. I congiurati, dopo aver sfondato la porta della sua stanza, si precipitano, la più parte ubriachi, sul disgraziato sovrano, gli squarciano il cranio e il petto a colpi di spada, a pugni, a calci, e, finalmente, lo strangolano con una sciarpa. E poiché il cadavere, a tratti, sembra rabbrividire ancora, uno degli assassini gli salta sul ventre a piè pari, "per fargli uscir l’anima"». Era impazzito, ma non meritava un simile trattamento. La collera che alimentò con le sue follie, va comunque ricordato, aveva superato ogni immaginazione.

Che aggiungere? L’ira di Gesù è buona e quella dei congiurati russi no? Mentre ogni lettore cercherà la sua risposta, ci limitiamo a notare che, partendo proprio dai testi antichi e di Aristotele in particolare, i teologi gesuiti — quelli che stavano sullo stomaco a Blaise Pascal — riuscirono a stabilire che l’ira, o collera che la si voglia intendere, al pari di tutte le passioni non ha una moralità propria e può essere diretta a compiere sia il bene che il male. Ovviamente ci fu qualcuno che notò come, intesa quale sentimento, si possa trasformare in desiderio di vendetta. Ma i figli di Sant’Ignazio risposero che proprio questo desiderio, se rimane tale, non ha ancora ragione di peccato.