Università, la bussola per non perdere l'orientamentoMeno di un mese all'esame di maturità, e poi? Ecco quattro punti cardinali per non smarrirsi

Fonte: La Stampa
di Walter Passerini

Manca meno di un mese all’esame di maturità, che coinvolgerà oltre 450 mila ragazzi e le loro famiglie. È una delle prime prove importanti della vita, il cui ricordo resta vivo nella memoria. Sul che fare dopo il diploma si aggirano incertezze e speranze.

1. Il primo segnale è la riduzione degli immatricolati. Dieci anni fa tre diplomati su quattro si iscrivevano all’università: oggi solo sei su 10. Un calo non positivo, segno di un processo di corrosione, se non di delegittimazione, che gli studi universitari hanno subìto in questi anni. Le difficoltà dell’economia e del mercato del lavoro, la domanda delle imprese che assumono pochi laureati, le campagne di stampa contro le lauree deboli hanno creato una relativa disaffezione verso il valore della laurea e dell’università. Le polemiche contro il 3+2 hanno avuto l’effetto di minare il gradimento e ispirato comportamenti di disinvestimento. La realtà dimostra che investire nello studio è più redditizio, anche se l’effetto viene percepito dopo trecinque anni. E non va dimenticato che l’Europa ci chiede di passare dagli attuali due giovani laureati su 10 a quattro, vale a dire il raddoppio (40%), in linea con la media europea.

2. Si è fermato l’ascensore sociale, ci spiega l’Istat, e questo è un secondo ostacolo. Anche qui ci vuole cautela. È vero che la classe sociale dei genitori condiziona il futuro dei figli: oggi solo due figli di operai su 10 si iscrivono all’università, contro i sei-sette delle classi più ricche. Ma è altrettanto vero che solo un laureato su quattro ha un genitore laureato. Il che significa, al di là dei pregiudizi, che la funzione di promozione sociale dell'università resta elevata. Il problema è quel che succede dopo la laurea (oltre sei laureati triennali su 10 si iscrivono a una specialistica, segno evidente delle difficoltà del mercato del lavoro). Oggi andrebbe invece ribadito che lo studio resta un ascensore sociale e andrebbe ricostruita l’appetibilità della laurea, che non si compra, non si regala ma si conquista.

3. Ma dopo il diploma non c’è solo l’università. Quei quattro ragazzi su 10 che non diventano matricole hanno di fronte due scelte: iscriversi a corsi di formazione professionale avanzata o mettersi a cercare un lavoro. In questi anni i diciannovenni diplomati sono cresciuti dal 50% al 75%: un fatto importante, anche se mancano 10 punti alla media europea (85%). Rafforzare l’istruzione tecnica è un obiettivo necessario, ma va sviluppata una robusta offerta formativa post-diploma, oggi in crescita (educazione terziaria non universitaria). È su questa offerta che i nostri concorrenti hanno costruito la fortuna delle loro industrie. Insieme all’offerta di servizi per i neocercatori di lavoro.

4. Ma c’è una precondizione di fondo che completa il quarto punto cardinale sulla nostre bussola, ed è l’orientamento, nel nostro Paese molto bistrattato. Se una matricola su cinque si ritira o cambia dopo il primo anno, se un altro 10-15% si perde entro il secondo, la colpa non è dei ragazzi né delle loro famiglie. Un Paese civile investe sui giovani ma anche sui servizi di orientamento, scolastico e professionale. Se i giovani fragili e spaesati si perdono nel labirinto del dopo-maturità, abbiamo il dovere di aiutarli, di offrire loro delle bussole. La professione dell’orientatore e i servizi per il lavoro deve diventare una leva competitiva per il futuro del Paese.