Profumo: «Dobbiamo cercare di conformarci a parametri nazionali, pur rispettando le autonomie, e questi parametri devono essere il più possibile vicini a quelli europei»

Fonte: la Repubblica
di Eugenio Occorsio

«Io sono un ingegnere», ama ripetere il ministro Francesco Profumo. «Intendo spendere questo periodo limitato in cui staremo al governo, e ho iniziato a farlo dal primo giorno, riavviando i tanti meccanismi che si erano inceppati, oliando le strutture, mettendo a punto gli strumenti, razionalizzando competenze e divisioni di compiti. Il tutto per mandare a regime una macchina così complessa e metterla in condizione di funzionare anche dopo la fine della nostra esperienza». Con questa lineaguida Profumo affronta tutte le sfide, diverse e articolate, del suo ministero: istruzione, università, ricerca e innovazione. «Da cosa cominciamo?» Dall’ultima cosa che ha fatto. «Oggi (martedì scorso, ndr) sono andato all’Aquila, domani a Bari e Matera: le tappe di un roadshow in cui illustriamo agli amministratori locali, alle università e alle aziende il nostro programma smart cities. È un fondo speciale di 240 milioni, con bandi già pubblicati, per interventi di mobilità urbana, risparmio energetico, egovernment, edilizia intelligente, sanità, solidarietà sociale, il tutto per migliorare la qualità della vita in città. Questa prima tranche per il centrosud è finanziata con fondi comunitari per le quattro regioni della convergenza (Sicilia, Puglia, Campania e Calabria) e con un’integrazione da parte degli enti regionali stessi per Abruzzo, Molise e Sardegna. E fra poco partiremo per il centronord, dove già ci sono altri 700 milioni».

Tutto questo rientra nei piani per la banda larga? «No, quello è un discorso di "Agenda digitale". Ma ovviamente sono tutti interconnessi, lavoriamo in modo sinergico con gli altri ministeri. Come per le startup: su queste vorrei introdurre nel decreto che presenteremo a giugno di concerto con il ministero dello Sviluppo, che dovrebbe mobilitare fra i 500 e i 700 milioni, la creazione di alcuni scout che girino nei territori cercando e valutando le piccole imprese innovative più promettenti». Per il momento, il Miur è riuscito ad attivare fondi per la ricerca pari in tutto a 3,2 miliardi, per 2,7 dei quali già è partita l’operatività (vedere grafico), in buona parte con una meticolosa opera di razionalizzazione degli investimenti e di recupero di fondi Ue inutilizzati. «Stiamo spingendo presso le aziende spiega Raffaele Liberali, capo del dipartimento ricerca del ministero perché cerchino di fare massa critica, con consorzi e iniziative di cooperazione a livello globale, il tutto perché il più delle volte i finanziamenti comunitari non sono accessibili al di sotto di certe dimensioni, e perché per partecipare occorre in ogni caso aggiungere dei mezzi propri».

Quella di Profumo, che governa un ministero da 53 miliardi di budget (il 90% per il personale), è una lotta contro il tempo. Vuole realizzare un grande patto a tre, università, scuola e imprese, per lo sviluppo del Paese. E sia sulla scuola che sull’università vuole indire entro l’anno il primo di una serie di concorsi e impostare scadenze fisse per quelli che seguiranno. «Nella scuola dice il ministro pur salvaguardando i diritti acquisiti è urgente sbloccare il reclutamento dei giovani insegnanti, per non frustrare delle legittime aspirazioni e mettere un po’ di aria nuova in un settore che fatica ad innovarsi anche fisicamente: banchi, lavagne d’ardesia, cancellini, sono rimasti quelli di una volta. Penso ad una scuola dove i ragazzi siano liberi di muoversi, distribuiti diversamente, più interattivi, più dotati di tecnologie. Il tutto per sviluppare capacità logicodeduttive, senso critico, logica. Oggi solo il 20% delle nozioni vengono assimilate a scuola. Ma anche in senso opposto: con più tecnologia a scuola gli alunni diventano portatori sani di conoscenze a casa». Precisa Lucrezia Stellacci, capo del dipartimento Istruzione del Miur: «L’ultimo concorso risale al 1999 e da allora si sono gonfiate le graduatorie che oggi superano i 200mila insegnanti, che aspettano di essere regolarizzati e vanno avanti con supplenze, nel migliore dei casi annuali. Il primo concorso potrebbe essere per 20mila posti, da riempire secondo la legge al 50% con insegnati presi dalle graduatorie e il resto con nuove risorse. Stiamo studiando come ripristinare le modalità di assunzione in entrambe le modalità. Sarebbe un buon inizio».

I sindacati aspettano non senza scetticismo: «Vediamo molte parole ma pochi fatti», attacca Mimmo Pantaleo, segretario confederale della Cgil scuolaricerca. «La scuola ha pagato carissimo le ristrettezze degli ultimi anni, lasciando sul campo 8 miliardi secchi. Bisogna fermare l’emorragia. E tanto per cominciare stabilizzare i 40mila insegnanti di sostegno che sono in organico di fatto». Profumo ha un’idea per trovare risorse: «Senza violare l’autonomia di bilancio, incoraggiamo gli istituti ad aprire il pomeriggio per attività a pagamento sportive, ricreative, culturali. In generale sono deciso: basta tagli alla scuola». Il governo già ha fatto un mezzo miracolo ritagliandosi 550 milioni da stanziare per l’edilizia scolastica, 100 dei quali per nuovi edifici ecosostenibili e 450 per ristrutturazioni. È in corso con l’associazione dei comuni la ricognizione delle urgenze e si sta negoziando con l’Ance la partecipazione dei privati. Non è finita: dagli stanziamenti comunitari per le aree convergenza è stato recuperato un fondo di 997 milioni. Lo gestisce con il ministro della Coesione, Fabrizio Barca, il sottosegretario Marco Rossi Doria, che spiega: «È una serie di interventi in cooperazione con le Regioni, dal finanziamento delle macchine o delle cucine per gli istituti tecnici e alberghieri, al sostegno per i ragazzi in difficoltà nonché quelli che abbandonano la scuola nelle periferie». È quest’ultimo un punto richiamato nella lettera della Ue dell’estate scorsa di monito all’Italia: un decente livello di istruzione è fondamentale per lo sviluppo. «Ci sono anche fondi spiega Rossi Doria per la formazione dei docenti di supporto che devono recuperare le situazioni più disperate».

Sull’università il problema è ancora più complesso. «Quando siamo arrivati riprende il ministro c’era da fare ancora una trentina di decreti attuativi della riforma Gelmini del 2010. Abbiamo appena finito, l’ultimo è adesso al Consiglio di Stato per il parere». Si tratta di avviare, spiega il capo di Gabinetto del ministero Luigi Fiorentino, «tutto il complesso sistema previsto dalla riforma. Il concorso più urgente riguarda l’abilitazione dei docenti sia associati che ordinari, un adempimento da tempo atteso: non si fanno concorsi nelle università da anni. Partiremo entro l’estate e definiremo anche le date per i bandi del 2013 e 2014». Per coprire le spese del passaggio di livello (da ricercatore ad associato e poi ad ordinario) il ministero ha stanziato 78 milioni per l’anno in corso, 90 per il 201213 e altri 90 per l’anno accademico successivo. Profumo esclude l’ipotesi di una nuova riforma: «Non si può modificare il sistema ogni anno o giù di lì. Piuttosto dobbiamo valorizzare gli elementi caratterizzanti della normativa Gelmini: il rafforzamento dell’autonomia degli atenei, e per questo li stiamo aiutando ad esplorare ogni possibile via di finanziamento, dalle regioni alle Fondazioni, e la creazione di un corpo docente selezionato su base nazionale da cui poi caso per caso le università andranno ad attingere a seconda delle necessità». Insomma, il localismo va evitato perché troppo spesso ha fatto rima con nepotismo. «Vede, un filo comune con tutte le iniziative che le ho descritto dice Profumo può essere proprio questo: dobbiamo cercare di conformarci a parametri nazionali, pur rispettando le autonomie, e questi parametri devono essere il più possibile vicini a quelli europei».