Quello che manca ai neolaureatiUn buon inglese, la capacità di lavorare in squadra e di gestire i tempi

Fonte: Corriere della Sera
di Irene Consiglieri

Laurea quinquennale, nell’ 82% dei casi, in economia (91,3%) o ingegneria (69,6%) ma anche in scienze della comunicazione( 26,1%), esperienza maturata magari anche solo attraverso stage, buona conoscenza dell’inglese, dell’informatica e dei nuovi media digitali. Ecco le principali richieste fatte, al giorno d’oggi, a un giovane candidato che vuole entrare in una grande multinazionale. Lo rileva la prima «Indagine sulla formazione dei neolaureati ed esigenze delle imprese» promossa dall’Università IULM di Milano in collaborazione con Centromarca e Fondazione Crui, che verrà presentata lunedì prossimo all’Università IULM.

Quattro gli obiettivi principali: ricostruire le politiche di reclutamento e selezione - nelle aziende associate Centromarca - dei neolaureati, scoprire il giudizio dei manager, mettere in evidenza quello che manca ai profili che si presentano a un colloquio e individuare i miglioramenti da apportare ai processi di ricerca, selezione e inserimento dei neoassunti. Il campione della ricerca? 125 manager di aziende associate Centromarca, interrogati tramite un questionario realizzato nel mese di febbraio 2012.

Quali sono invece le mancanze del futuro professionista? In primo luogo, la scarsa padronanza della lingua inglese, ma ci sono però buone nozioni informatiche e relative ai new media. I maggiori «deficit» si rilevano comunque in relazione alle capacità, vale a dire le cosiddette «soft skill»: lavorare in gruppo, comunicazione, problem solving e gestione del tempo. I giovani italiani sembrano invece non essere troppo distanti per quanto riguarda l’orientamento al risultato e la flessibilità. Lo scarso orientamento pratico degli insegnamenti universitari (79,2%) è risultata essere la principale motivazione per cui i candidati non rispondono sempre alle aspettative.

Cinque le azioni da adoperare per colmare il gap tra il profilo ideale e quello reale, secondo la ricerca. Inserimento delle «soft skill» nella didattica universitaria, stage durante il percorso di laurea,maggiore partnership azienda/università, rafforzamento dei servizi di placement delle università, potenziamento dell’insegnamento dell’inglese e dei nuovi mezzi di comunicazione.

"In una fase di forti cambiamenti, tesi al rafforzamento del Paese, attraverso questa ricerca intendiamo contribuire alla messa a punto di percorsi formativi sempre più in sintonia con le esigenze delle imprese e capaci di preparare laureati italiani sempre più competitivi rispetto ai loro concorrenti esteri" spiega Luigi Bordoni, presidente Centromarca, associazione italiana dell’industria di marca.

"E’ indispensabile poi che ci sia una maggiore apertura da parte del mondo accademico nei confronti delle aziende" afferma invece Giovanni Puglisi, rettore dell’Università IULM, convinto inoltre del fatto che, nelle attuali circostanze, sia necessaria una maggiore chiarezza anche dal punto di vista contrattuale, perché ormai i giovani vengono inseriti con formule a tempo determinato o interinale, mentre la formula a tempo indeterminato viene utilizzata in meno di un quinto dei casi. Un ingresso nel mondo del lavoro che non valorizza a pieno le competenze del singolo candidato.