Luigi Celli: «Non ci sono ancora le condizioni per i giovani in Italia»Il direttore generale della Luiss, che nel 2009 aveva provocatoriamente invitato pubblicamente il figlio ad abbandonare il Belpaese, esamina la situazione attuale: «Il contesto politico è cambiato ma le soluzioni non si vedono ancora»

Fonte: Ustation.it
di Michele Spalletta

Non ha cambiato di molto la sua opinione Pierluigi Celli, il direttore generale dell'università Luiss di Roma, che tre anni fa aveva provocatoriamente invitato il proprio figlio, attraverso le pagine del quotidiano La Repubblica, a lasciare l'Italia, definito "un posto in cui non è più possibile stare con orgoglio".

In una recente intervista rilasciata a Censismaster, il direttore della Luiss non usa mezzi termini. «Da allora (2009, ndr), l'argomento della disoccupazione giovanile e della contrazione delle opportunità lavorative è diventato quasi di moda sulla stampa. Le soluzioni non sono ancora arrivate, ma almeno il contesto politico è cambiato e sembra esserci una diversa sensibilità alla questione morale».

Nonostante le prospettive che, nell'ottica di Celli, sono più rosee del recente passato, il direttore della Luiss non sottovaluta comunque il valore di un'esperienza all'estero per i giovani. «Credo che i giovani possano trovare nell'esperienza all'estero confronti e arricchimenti personali e professionali utilizzabili positivamente. Se poi tutto questo sarà possibile utilizzarlo in patria è una speranza che sta a cuore a tutti noi».

Quello che ancora manca in Italia, secondo Celli, per permettere ai giovani di avere prospettive e ribaltare il fenomeno della fuga dei cervelli, riuscendo ad attirare le giovani menti dall'estero, sono «condizioni almeno compatibili con quelle presenti oggi in altri paesi evoluti o che hanno imboccato risolutamente la via di un rapido sviluppo. Cosa che l'Italia ancora non sembra assicurare». Nello specifico, «la logica meritocratica nella valutazione, selezione, promozione, e accompagnamento nella crescita professionale dei talenti e dei volenterosi è tutt'ora largamente causale e limitata, quando non addirittura negletta od ostacolata».

E in questo sistema di "freni sociali" rientrano anche la scarsità delle risorse e le università italiane che - aggiunge Celli -, seppur con «lodevoli eccezioni, sono ancora largamente dominate da atteggiamenti difensivi di antiche corporazioni. E' chiaro che il superamento di queste forme di arroccamento autoreferenziale si presenta come condizione minima per superare le diffidenze esterne».

Altro tema toccato e sensibile negli ultimi anni la distanza tra mondo accademico e del lavoro. «L'università oggi deve fare i conti, e stenta a farlo, con un mercato del lavoro in profondo cambiamento in cui le conoscenze trasmesse, ancorché pregiate, non sono più sufficienti, da sole, a intercettare i nuovi modelli occupazionali. Bisogna rendersi conto - prosegue Celli - che gli studenti devono essere messi in grado di sperimentare, almeno negli ultimi anni di studio, condizioni assimilabili a quelle richieste dalle nuove forme di organizzazione del lavoro e delle professioni, perché le imprese ormai molto spesso non sono più in grado di garantire a nuovi arrivati disponibilità dilatate di adattamento all'ambiente lavorativo».

Giovani "semilavorati", secondo il direttore della Luiss, che hanno avuto l'occasione negli ultimi anni d'università di «sperimentare in vitro quello che sarà l'ambiente in evoluzione che attende lo studente alla fine del suo ciclo di studi e che richiede una flessibilità di testa che va allenata praticamente, per anticipare la maturazione professionale, la disponibilità a lavorare in gruppo come scelta consapevole, l’attitudine ad affrontare problemi meno routinari, la responsabilità nel proporre idee e soluzioni».