Dulbecco, il Nobel che decifrò i tumoriAddio allo scienziato scopritore dei meccanismi genetici del cancro

Fonte: La Stampa
di Piero Bianucci

Premio Nobel per la Medicina, Renato Dulbecco si è spento in California, sulla soglia dei 98 anni: li avrebbe compiuti domani. Nato a Catanzaro e laureato a Torino, fu compagno di altri 2 futuri Nobel: Salvador Luria, scomparso nel ‘91, e Rita Levi Montalcini, vicina ai 103 anni.

A Torino aveva anche partecipato alla Resistenza. Il Progetto Genoma, cioè la decifrazione del nostro patrimonio ereditario, è stato il suo ultimo impegno scientifico: ne sta nascendo la nuova «medicina personalizzata» che caratterizzerà questo secolo.

Figlio di un ingegnere di Imperia, a 16 anni Dulbecco si iscrive a Medicina. Da Giuseppe Levi (padre della scrittrice Natalia Ginzburg) impara l’istologia e l’antifascismo. Gli piaceva anche la fisica. Da studente inventò il primo sismografo elettronico, poi usato da Herlitska per registrare le contrazioni dei muscoli. E a fisica si iscriverà parecchi anni dopo la laurea in medicina per padroneggiare meglio la biologia molecolare.

All’attività antifascista nel Cln segue una breve esperienza politica nel primo consiglio comunale postbellico di Torino. Ma presto torna nel laboratorio di Giuseppe Levi. Qui rivede nel 1947 Salvador Luria, che lo invita a lavorare con lui negli Stati Uniti. Rita Levi

Montalcini incoraggia questa scelta e accetta a sua volta l’offerta di un’altra università americana. Si imbarcano sulla stessa nave, la Montalcini andrà a St. Louis, lui alla Indiana University.

Negli Usa Dulbecco studia certi virus che attaccano i batteri, per ciò chiamati batteriofagi. Fa la prima scoperta quasi per caso, quando si accorge che questi virus vengono riattivati dalla luce ultravioletta di un tubo al neon. Intanto aveva conosciuto Max Delbruck, un collaboratore di Luria. Delbruck (Nobel 1969) lo invita al California Institute of Technology. Qui sviluppa ricerche sui virus animali che si dimostreranno utili per la preparazione del vaccino contro la poliomielite.

Negli Anni ’60 incomincia a studiare i tumori di origine virale e i meccanismi genetici che trasformano le cellule sane in cancerose. Scopre che il virus polioma ha un Dna ridotto ma analogo a quello delle cellule più complesse e intuisce che il virus è capace di inserire il proprio Dna nelle cellule sane: così il virus prende il comando della cellula invasa e attiva un gene che avvia il processo tumorale. Sono i lavori più importanti di Dulbecco, compiuti a partire dal 1963 in un nuovo istituto fondato da Jonas Salk a La Jolla. Nel 1975 il Nobel (diviso con Baltimore e Temin) premia la scoperta del meccanismo d’azione dei virus oncogeni.

Due anni più tardi, tornato al Salk Institute dopo una parentesi all’Imperial Cancer Research Laboratory di Londra, Dulbecco si dedica allo studio del cancro della mammella, riuscendo a preparare anticorpi specifici per combatterlo. Mette quindi a punto la tecnica degli anticorpi monoclonali, una delle armi più efficaci nella lotta ai tumori. A partire dal 1985, pur andando incontro a qualche delusione, trascorre lunghi periodi in Italia e lavora a Milano all’Istituto di tecnologie biomediche avanzate del Cnr. Gentile, modesto, riservato, fino a pochi anni fa ha contribuito a divulgare il Progetto Genoma: nel libro «La mappa della vita» (2001) descrive le straordinarie prospettive aperte dalla genetica. Nel 1999 sbarca al Festival di Sanremo per sostenere la ricerca sul cancro. A Torino tornava volentieri, invitato ora dall’Accademia di Medicina ora dall’Università o da «GiovedìScienza». Erano per lui rimpatriate che rinverdivano i ricordi di una stagione irripetibile della sua vita e della cultura torinese.