Perché startupper e università non si parlanoAgli startupper non piace l’università. O almeno, così dicono. Perché tra gli imprenditori innovativi i laureati non mancano. E l’università è un fattore imprescindibile per l’ecosistema dell’innovazione

Fonte: Corriere della Sera
di Ivana Pais

Eppure, le scuole per startupper si pongono in alternativa ai tradizionali percorsi accademici: in questi giorni, fanno discutere la provocazione di Enstitute e l’annuncio dell’apertura di una sede di General Assembly a Londra.

In Italia, l’offerta formativa per startupper è in forte crescita. Nonostante le differenze organizzative, i corsi seguono alcune logiche comuni.

Gli obiettivi formativi riguardano il saper essere, più che il sapere. Alberto Onetti, di Mind The Bridge , organizza una Startup School di tre settimane in Silicon Valley, perché “i nostri ragazzi sono poco convinti delle proprie competenze e capacità, non sognano in grande, c’è una eccessiva cultura del lamento e una limitata propensione a celebrare i casi di successo, ma una esperienza in Silicon Valley, anche breve, fa tornare trasformati, con un carico di entusiasmo e energia positiva”.

Non c’è trasferimento, ma costruzione condivisa della conoscenza: i partecipanti lavorano in team e i docenti sono coach. Wind Business Factor, oltre a un social network di imprenditori e investitori, offre una palestra di business online, con contributi esclusivi di coach ed esperti. Secondo Andrea Genovese “fare impresa significa fare tantissime cose, non solo partire da una buona idea, bisogna poi raggiungere il mercato, è necessario saper costruire e gestire il team, trovare una rete di alleanze strategiche e soprattutto bisogna avere la forza e la determinazione di superare la fase di avviamento in cui l’incertezza è tanta e le risorse scarse”.

Prediligono il learning by doing alla lezione frontale. InnovAction Lab è una “pitch school” che, attraverso 5 seminari di 2 ore, insegna a studenti universitari, neo-laureati e ricercatori a presentare in modo efficace la propria idea. Augusto Coppola racconta: “Da noi non ci sono libri, noi poniamo un problema e ci aspettiamo che venga risolto”. Indigeni Digitali sta sperimentando con tre startup associate un modello di apprendimento basato esclusivamente sulla mentorship.

Si propongono di stimolare una nuova cultura del lavoro. Intesa San Paolo ha lanciato Officine Formative: un pre-incubatore composto da un percorso formativo e uno spazio di coworking per trasformare un’idea grezza in una potenziale impresa. Roberto Battaglia motiva così la scelta di investire nelle startup: “L’occupazione è una delle emergenze del nostro Paese. La si affronta non solo assumendo i giovani, e noi continuiamo a farlo, ma creando le condizioni per produrre nuovi tipi di occupazione”.

Un approccio che, nelle nostre università, è ancora poco diffuso. E che si può sviluppare solo rinunciando alla retorica della contrapposizione tra modelli formativi, per sperimentare la contaminazione tra attori ed esperienze.