Università: se per i laureati «3+2» fa 6,5Ma quanto fa 3 + 2 ? Il dibattito scaturito dall'affermazione colorita del viceministro Martone («Laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati») ha assunto i toni classici del confronto para-ideologico evitando accuratamente il "principio di realtà"

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Dario Braga (Prorettore alla Ricerca dell'Università di Bologna)

Il problema della durata degli studi interseca direttamente quello della occupazione giovanile che è oggi un problema anche dell'Università.

L'attività di "placement" si è infatti andata ad aggiungere alle mansioni storiche dell'Università, la formazione e la ricerca, e a quella più recente del "fund raising" indispensabile per sostenerla. Se così è, allora qualche domanda in più sui temi (scomodi) delle scelte degli studenti e della durata degli studi dovremo pure cominciare a porcela.

Lasciamo da parte, per ora, la domanda più difficile: quella del "cosa studiare?". Difficile perché la risposta è nell'ambito delle scelte individuali, delle attitudini, e delle speranze (ma una società colta e organizzata qualche indirizzo dovrebbe fornirlo...) e perché, oggettivamente, viviamo un'epoca di cambiamenti esponenziali che rendono difficile sapere quale formazione specifica servirà tra cinque anni, in che lingua, e per essere esercitata dove. Un problema enorme che dovrebbe portarci a riflettere sui contenuti della formazione, e sulla "durata" delle conoscenze che impartiamo.

Più semplice (si fa per dire) è affrontare la domanda sulla durata degli studi. Come dimostrano i dati forniti da AlmaLaurea per i tre livelli del Bologna Process, in Italia 3 + 2 non fa 5 ma circa 6,5, cioè la somma della laurea triennale e quella della laurea magistrale in media fa quasi due anni in più. E se si considera il terzo livello, 3 + 2 + 3 non fa 8 ma più di 10, anche al netto degli iscritti in ritardo all'immatricolazione. È pur vero che gli stessi dati di Alma Laurea mostrano una situazione molto migliore dopo l'adozione del Bologna Process (checché ne dicano i perpetui detrattori...) dai tempi in cui lauree di 4 anni diventavano di 7, ma rimane pur sempre il fatto che i nostri laureati sono mediamente troppo vecchi, e comunque mediamente più vecchi dei laureati di altri Paesi europei.

Da dove viene questo ritardo? Certamente c'è un aspetto di autonomia delle scelte degli studenti che va rispettato così come va rispettato il tempo che è richiesto a chi nel frattempo deve anche lavorare, ma qualche "causa tecnica" c'è e andrebbe considerata. Le tre sessioni d'esame, per esempio. Ha senso, per capirci, che uno studente abbia sessioni di esami, incluso quello di laurea, nell'anno solare successivo a quello nominale o di conclusione degli studi pur rimanendo in corso? Un laureato triennale che si laurea "in corso" ma nel quarto anno, a primavera, si iscriverà un anno dopo rispetto al percorso nominale. Se ripeterà lo stessa cosa con la laurea magistrale, laureandosi "in corso" in tre anni solari e non in due, avrà generato altro ritardo, senza per questo essere né asino né altro – magari anche bravissimo. Se poi dovrà attendere altri mesi per il concorso di dottorato e magari discutere la tesi dottorale nel quarto anno ecco che il nostro dottore di ricerca tipo, magari bravo anzi bravissimo, finisce gli studi a...trent'anni. Più difficile a quel punto entrare nel mercato del lavoro.

In fondo la riforma del 3+2 è stata "calata" sulla impalcatura delle vecchie lauree mantenendone alcune caratteristiche organizzative incongruenti con un sistema che prevede una tesi di laurea triennale intermedia e una reiscrizione a un corso di studi nella stessa sede universitaria o in un'altra.

Non tutti i problemi sono qui, è vero. Ma il sistema delle tre sessioni di esame e di laurea genera "ritardi tecnici" perché – se pur è vero che molti riescono a stare al passo - sia i docenti sia gli studenti tendono a organizzare contenuti formativi ed esami di profitto su una base allargata generando frammentazione, aumento del numero di esami veri (non quelli nominali), esami trial-and-error, e dilatazione dei tempi di tesi. Forse è ora di guardare anche a questi aspetti del nostro sistema universitario. Immettere laureati e dottori più giovani nel mercato del lavoro può voler dire, anche se sembra strano di questi tempi, accrescerne la impiegabilità e la competitività.