Il moralismo trasversaleDa qualche giorno, prima sul Web e poi sui giornali, i figli dei ministri del governo Monti sono diventati oggetto di una forsennata caccia allo scandalo

Fonte: La Stampa
di Michele Brambilla

Si spulcia in buste paga, lettere di assunzione, eventuali concorsi, lauree diplomi pagelle delle elementari e lavoretti dell’asilo nel tentativo di trovare qualche macchia.

La prima a finire nel mirino è stata Silvia Deaglio, figlia del ministro del Welfare Elsa Fornero. La sua colpa? Essere una professoressa universitaria come mamma e papà. Non importa se lei è a Medicina e i genitori a Economia; così come non importano le sue pubblicazioni, i concorsi vinti, i meriti scientifici (si occupa di genetica e tumori) riconosciuti in Italia e all’estero: il fatto è che ha un posto fisso. Dopo Silvia Deaglio, l’esercito della salvezza si è stracciato le vesti perché il figlio del ministro Cancellieri (42 anni) fa il manager; e quello di Monti addirittura passerebbe, leggiamo testualmente in un blog, «da una banca all’altra». Insomma lo scandalo è che costoro non sono disoccupati.

Chiariamo subito. Trasparenza e rettitudine sono un dovere non solo per chi ricopre incarichi di governo, ma anche per i loro familiari: era così già per la moglie di Cesare. Ed è sicuramente provvidenziale l’esistenza di sentinelle sempre pronte a scoprire e denunciare.

Ma la maxi indagine scattata in questi giorni sui «figli del governo» ci pare giunta a conclusioni demenziali. Non avendo trovato alcunché di illegale o di immorale, si è arrivati a contestare a Silvia Deaglio di essere brava perché, essendo figlia di accademici, ha respirato in casa l’arte della docenza universitaria. È una colpa? Guido Carli, che fu governatore della Banca d’Italia, un giorno rispose così a chi accusava suo figlio di aver fatto carriera grazie alla famiglia che l’aveva fatto studiare: «Non tutti hanno la fortuna di nascere trovatelli».

Occorre tutto il moralismo di questo periodo per non vedere la differenza tra chi si fa avanti nella vita per raccomandazioni, spintarelle, intrallazzi e imbrogli e chi invece ha magari un nome importante ma non ha rubato niente a nessuno. È un moralismo direi trasversale. Nasce infatti a sinistra, come giacobinismo invasato che pretende da ogni singolo essere umano una sorta di immacolata concezione. Dimenticando che non esiste e non potrà mai esistere alcun uomo o alcuna donna che non abbia qualcosa da farsi perdonare, questo giacobinismo finisce sempre con il trovare un peccato da sbattere in faccia a chiunque eserciti una pubblica funzione. È il moralismo degli indignati in servizio effettivo e permanente: sempre pronti, naturalmente, a indignarsi solo per i vizi altrui.

Ma un moralismo speculare e opposto è arrivato anche a destra, dove non par vero, oggi, di poter rendere pan per focaccia agli accusatori di ieri. Dicono: voi ci avete contestato reati processi e scandali sessuali, e noi vi sbattiamo in faccia il cotechino di capodanno a Palazzo Chigi. Chi fino a ieri diceva embè che cosa c’è di male se un deputato è indagato per mafia, oggi trova immorale che la figlia di un ministro faccia l’oncologa. La parola d’ordine è «così fan tutti», e non si distingue fra travi e pagliuzze.

I due moralismi hanno tuttavia lo stesso obiettivo: la paralisi dell’avversario. Visto da sinistra, il governo non può riformare l’articolo 18 perché qualcuno dei figli dei ministri ha un lavoro a tempo indeterminato. Visto da destra, il governo tecnico la smetta di dare la caccia agli evasori fiscali perché Monti si è fatto tagliare i capelli di domenica quando il barbiere avrebbe dovuto restare chiuso (giuro che un parlamentare di destra l’ha detto).

Iddio ci scampi, quindi, dagli opposti estremismi del moralismo. Anche perché sappiamo dove portano. Quelli che vorrebbero tutti innocenti, di solito finiscono con il ghigliottinarsi fra loro. E quelli che vorrebbero tutti colpevoli, finiscono con l’autoassoluzione e l’impunità collettiva.