Sono giustificabili le dichiarazioni del ministro Martone? La parola all’ avvocato BianchiI giornali hanno dato ampio risalto alle dichiarazioni del sottosegretario (“viceministro”) Michel Martone ed alla sua frase “Chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato” che ha sollevato un vespaio sul web, con interventi pro e contro (direi più “contro” che “pro”)

Fonte: ViviAteneo.it
di Mario Bianchi

Premetto che, se capisco bene  da quel che ho visto su Internet, Michel Martone si è laureato presto in Università, e non rientra nella categoria da lui stesso enucleata, per l’appunto quella degli sfigati. In Università poi ci è rimasto (fortunato lui): professore a 29 anni, di ruolo a 32 anni, oggi scrive su giornali e riviste, va in televisione, ha un blog e adesso è diventato pure sottosegretario. Non conosco Martone, non dubito che sia una persona capace e competente nell’ambito della esperienza professionale che ha maturato negli anni passati e non mi interessa neppure addentrarmi nelle polemiche che pure ho visto in rete in merito alla sua indubbiamente brillante carriera.  Vorrei invece limitarmi a commentare le sue affermazioni.

La dichiarazione del Prof. Martone dilagata sul web, “Chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato”, detta così è una affermazione generica, superficiale che dimostra una certa qual supponenza da parte di Martone, il quale se ne è accorto e ha poi cercato di porvi rimedio con ulteriori dichiarazioni.  Diciamo che arrivato quasi a quarant’anni e ad una posizione di governo ci si aspetterebbe da Martone, e da chiunque sia in una posizione analoga alla sua, una certa qual maggior ponderatezza in quel che dice, evitando le ipersemplificazioni che nel caso specifico, proprio per la loro genericità, hanno anche l’effetto, probabilmente non previsto, e, auspicabilmente, non voluto, di dare addosso ai giovani, una categoria sociale che, oggi come oggi, fuori dell’Università vede il futuro compromesso dalla disoccupazione, dal precariato, dai tirocini gratuiti. 

Infatti come tutti sappiamo, e come avrebbe dovuto essere ovvio anche al Prof. Martone, ci sono molte ragioni che potrebbero giustificare il fatto che uno si laurei a 28 anni, prima tra tutte il fatto di aver  nel frattempo lavorato (ho ricontrollato il mio CV, io per esempio mi sono laureato in Giurisprudenza in sette anni ma è anche vero che ho iniziato a lavorare a 18 anni, e non perché la mia famiglia avesse realmente bisogno, ma unicamente per orgoglio, perché non volevo dover continuare a chiedere quattrini ai miei). Non conosco (più) l’ambiente universitario ma bisognerebbe anche domandarsi quanto l’Università favorisca gli studenti che cercano di laurearsi per tempo (gli appelli degli esami sono sempre funzionali alle esigenze degli studenti).  Ovviamente se ti sei laureato in dieci anni perché più che a studiare e passare esami hai passato questi anni a divertirti senza problemi, happy hour, vacanze, divertimento, sport posso arrivare a condividere l’affermazione di Martone che ti dà dello sfigato (ma probabilmente, aggiungerei, sei anche un figlio di papà che nel frattempo ti ha mantenuto).

Lo scalpore, ed il fastidio, provocato dall’affermazione sui ventottenni sfigati, ha fatto sì che nessuno abbia commentato una ulteriore affermazione di Martone, secondo il quale “Essere secchioni è bello” . Indubbiamente se si è già deciso di percorrere una carriera universitaria probabilmente “essere secchioni è bello”. Probabilmente, ed è grave che Martone non se ne renda conto,  non è così per tutti coloro che dopo la laurea preferiscono costruirsi una carriera al di fuori dell’Università.

Almeno a mio modo d vedere, “Essere dei secchioni”, di per sé, non è un valore. Come ho già spiegato in un mio precedente contributo su ViviAteneo,  nella mia esperienza (azienda settore privato) diffidavo dei neolaureati che dopo essersi  chiusi nella biblioteca dell’università per cinque anni  si erano presi un 110 e Lode, magari con una tesi  su un argomento assolutamente teorico e oscuro. Tendenzialmente preferivo chi si era laureato magari uno o due anni fuori corso, ma era andato all’estero a studiare le lingue, aveva fatto dell’associazionismo o del volontariato, oppure era riuscito ad agguantare un tirocinio curriculare o un qualche lavoro, temporaneo ma significativo. Un datore di lavoro non ti rifà gli esami che hai già fatto in Università, non ti dà libri da studiare: ti dà dei problemi da risolvere, degli obiettivi da raggiungere, delle situazioni da gestire … E un secchione cosa fa? Si prende una settimana di ferie a ritorna nella biblioteca dell’Università per cercare un libro con le risposte giuste?

Più in generale credo che quanto detto dal Prof. Martone possa essere frainteso, alla stregua d una generica raccomandazione a chiudersi in Università per cinque anni, per inseguire il voto bello all’esame, la laurea in corso, magari con un bel 110. E poi, quando sei fuori dall’Università, abbiamo risolto il problema?  Speriamo che il prof. Martone dedichi il suo prossimo intervento pubblico al post laurea e ci spieghi le sue idee su come combattere la disoccupazione giovanile, e quella dei neolaureati in particolare.


Marco Bianchi. Laureato in Giurisprudenza. Dopo aver lavorato nell’Ufficio Legale di un grande Gruppo editoriale Italiano e in quello di una grande Multinazionale Italiana  oggi fa l’avvocato e lo scrittore.  Ha scritto il libro “Mi sono laureato. E adesso?”, che è possibile acquistare in libreria o in formato eBook. Cura un blog http://neolaureatiprimolavoro.blogspot.com/, in cui dà consigli ai giovani neolaureati.