tendopoli«Ci dicono che troveremo tutto sul sito, lo fa l’Università e lo fa il Comune, ma ci dite come facciamo noi che sotto la tenda a malapena abbiamo la branda a collegarci con Internet?»

Fonte: Il Messaggero
di Lilli Mandara

Forse non sarà abbastanza uomo, non sarà abbastanza grande, non avrà abbastanza coraggio nè sufficiente forza, e forse quella notte non è ancora abbastanza lontana e forse è ancora presente nei suoi incubi. Forse sarà per questo che Andrea D’Andrea versa ancora tante lacrime e non si vergogna ad ammetterlo.

Lo dice davanti a cinquecento compagni nell’aula consiliare di Pescara piena zeppa di studenti, di padri e di madri, di professori e di presidi, e alla fine arriva pure il rettore Ferdinando Di Orio, e mentre lo dice strappa l’applauso più forte di tutto il pomeriggio, quante lacrime ancora dentro questa sala. Gli studenti dell’Università dell’Aquila, Ingegneria prima di tutto, ma anche Lettere, Scienza dell’Investigazione, Scienza della formazione, Medicina, non vogliono andare nè ad Avezzano nè a Carsoli nè a Sulmona, non vogliono trasferirsi in zone sismiche, pericolose tanto quanto L’Aquila ma vogliono stare qui sulla costa, al sicuro. E chiedono lo status di sfollati, e poi la cancellazione della prima rata delle tasse universitarie, e più informazione nelle tendopoli.

Luca Centofanti dell’associazione studenti universitari Modus, è il leader: «Non vogliamo boicottare l’ateneo, ma vogliamo avere voce in capitolo, vogliamo contare». E dice Andrea D’Andrea, di Ingegneria meccanica: «L’università ha bisogno di biblioteche, laboratori, mense, sicurezza e tranquillità: come è possibile che la sede di Celano che prima contava solo 4 iscritti adesso ospiti cinquemila studenti?». Perlomeno andiamo dove la terra non trema, suggerisce Giovanni La Rocca di Ingegneria-Architettura, qui sulla costa quindi. C’è paura nella sala consiliare del Comune di Pescara, la paura di chi sa che nella lista dei cinquanta studenti rimasti sotto le macerie poteva esserci il proprio nome, il proprio figlio, il proprio nipote. La certezza che se il terremoto avesse colpito alle undici del mattino le vittime si sarebbero contate in migliaia. «E se all’Aquila c’è una faglia, Avezzano ne ha tre e Sulmona una», loro gli studenti del terremoto come già tutti li chiamano, dovranno combattere con un’etichetta che già gli hanno appiccicato addosso e non vogliono studiare per modo di dire, vogliono studiare e anche vivere. Non arrendiamoci, incita Alessandra Iezzi di Ingegneria-Architettura, «nessuno studente dovrà pagare le tasse», chiede Roberto Ettorre di Lettere, «Carsoli è sismica e difficile da raggiungere», denuncia Ania Ferrigni di Scienza dell’Investigazione, «Celano doveva chiudere l’anno scorso, e adesso ci vogliono mandare noi», dice Matteo D’Alonzo di Ingegneria gestionale. Poi parlano i ragazzi delle tendopoli, come Daniele Ferella di Paganica: «Io sento forte il problema della sicurezza, conviviamo con la paura che ci vengano addosso le macerie ma anche col panico che ci perseguita ogni volta che nella tenda sentiamo una scossa».

La critica all’Università che non li ascolta, che non li protegge, arriva con la denuncia della totale assenza di informazioni nelle tende: «Ci dicono che troveremo tutto sul sito, lo fa l’Università e lo fa il Comune, ma ci dite come facciamo noi che sotto la tenda a malapena abbiamo la branda a collegarci con Internet?», nessuno glielo dice. E come si fa a costringere Luca Campanella che ha visto sparire amici cari sotto le macerie, o Fabio Coccia che chiede di andare a Pescara oppure a Lanciano, o Pierpaolo Piscopo che illustra una serie di proposte alternative ad Avezzano e Celano con tanto di numero di aule e di posti, o di nuovo Luca Centofanti che accusa il rettore di voler trasferire l’università «dove vuole lui», come si fa a dirgli ragazzi, dovete stare all’Aquila perchè senza l’università L’Aquila muore. «Ma anche noi non vogliamo morire», rispondono in coro, e sono fischi e anche polemiche e anche urli e anche genitori che si alzano in piedi quando il rettore prende la parola per dire che cercherà di trasferire l’università alla Reiss Romoli, ma dove dormiranno gli studenti e come e a che condizioni e con quale paura.

«Io voglio mio figlio vivo prima che laureato», gli dice una mamma. E Gianfranco Gentile, un papà: «Lei questi ragazzi li deve trattare come figli», e Antonio Tarquini, un altro papà: «Se l’università viene a Pescara bene, se mio figlio dovrà viaggiare per andare ad Avezzano, allora lo trasferisco ad Ancona». Sono tanti, sono uniti, gli studenti dell’Aquila: la loro è una battaglia vera, la battaglia per la vita.