lavagnaProf: prova preliminare alla chiamata. Un codice etico contro nepotismo e conflitti d’interesse

Fonte: Il Messaggero
di Anna Maria Sersale

Il punto di partenza è la questione morale. Il disegno di legge sulla riforma del reclutamento e del governo universitario che la Gelmini presenterà tra pochi giorni in Consiglio dei ministri prevede che ogni ateneo abbia «un codice etico». Servirà a individuare «i casi di incompatibilità e di conflitto di interesse e a predisporre opportune misure per evitarli». E’ chiaro il richiamo alle cordate di figli e nipoti, che sulle orme di padri eccellenti hanno colonizzato interi dipartimenti. Troppe cattedre barattate, troppe facili promozioni. Troppi parenti stretti nelle stesse facoltà. L’invito rivolto agli atenei è quello di moralizzare il sistema di governo. Altrimenti sarà tutto vano. Senza l’adesione a nuove regole, se non ci sarà la volontà di combattere le degenerazioni e gli accordi scellerati, i patti sottobanco e i concorsi pilotati, se non si uscirà dalle logiche del familismo amorale cresciuto all’ombra delle lobby, qualunque riforma rischierà il naufragio. Ecco perchè la Gelmini al primo punto dell’articolo 1 del ddl, ancor prima di parlare dei nuovi statuti, pone la premessa del codice etico. Il ministro vuole scoraggiare comportamenti illeciti, che danneggiano tanti studiosi di valore. Solo l’8% dei professori associati e l’1% degli ordinari hanno meno di 40 anni. Un fenomeno legato al nepotismo e al “localismo” dei concorsi e delle carriere, che frena l’ingresso dei giovani.
«Concordiamo con gli obiettivi di riforma del ministro - ha detto Enrico Decleva, alla guida della Statale di Milano e presidente della Conferenza dei rettori - anche se ci riserviamo di leggere il testo. Quanto al codice etico ci stiamo muovendo, abbiamo raccolto l’invito del ministro e non aspetteremo l’iter legislativo. Lo ha deliberato la Crui, già la prossima settimana saremo al lavoro, ma dovremo trovare un equilibrio, un sistema di garanzie, non si può impedire al figlio di un professore di aspirare alla cattedra».
Secondo la Gelmini anche la gerontocrazia è un problema, è nemica dell’innovazione. Per questo riformando il reclutamento il ministro vuole avviare il ricambio generazionale dell’università. Per chiudere il capitolo dei concorsi truccati viene introdotta l’abilitazione scientifica nazionale rilasciata sulla base di un giudizio oggettivo, sganciato dalla logica della copertura del posto, che terrà conto dei titoli e delle pubblicazioni secondo i criteri del merito (nella commissione ci saranno esperti super partes). L’abilitazione sarà preliminare alla chiamata degli atenei. «Chiunque potrà farsi valutare - sostiene Andrea Lenzi, presidente del Cun, il Consiglio universitario nazionale - senza le pressioni e i condizionamenti dei concorsi legati ai posti. Il meccanismo di reclutamento sarà meno emotivo, si valuteranno le credenziali del candidato, il merito, e il candidato stesso saprà se ha i numeri per aspirare alla carriera universitaria». L’abilitazione non prevede automatismi. Ottenerla non comporta l’assunzione, gli atenei attingeranno dalla lista degli abilitati scegliendo le figure di cui hanno bisogno.
Il ddl è ancora in bozza. Ma c’è stato un confronto con la Conferenza dei rettori e il Consiglio universitario nazionale. La Gelmini ha raccolto alcune indicazioni e con il suo staff sta limando le ultime cose. Poi la presentazione a Palazzo Chigi (probabilmente l’8 maggio) e l’invio del testo alle Camere.
«I rettori non potranno restare in carica per più di due mandati e un massimo di otto anni, sei anni nel caso di mandato unico», questo è uno dei commi più importanti. Anche ai rettori si chiede più rigore. L’obiettivo è quello di impedire che diventino “monarchi” a vita facendosi rieleggere con sistemi talvolta discutibili. Insomma, una stretta per ridare all’università la capacità di competere a livello europeo. Un altro punto-cardine riguarda la separazione dei poteri tra Cda e Senato accademico. Al momento ci sono commistioni e sovrapposizioni di poteri e persone che pur avendo cariche accademiche ricoprono ruoli chiave nel Cda. Questo non sarà più possibile. Nel ddl c’è un esplicito «divieto» per i componenti del consiglio di amministrazione di avere il piede in due staffe. C’è anche un altro paletto. Il Consiglio di amministrazione durerà in carica non più di quattro anni, non rinnovabili, e ciascun consigliere non potrà essere eletto per più di una volta. Nel Cda, cui sono attribuite «funzioni di programmazione strategica e gestione finanziaria», è prevista anche l’istituzione di una nuova figura, il direttore generale. Con i conti in rosso di tanti atenei il ministro avverte la necessità di un manager scelto tra «personalità di elevata qualificazione» che si occuperà della organizzazione complessiva dei servizi e del personale tecnico-amministrativo. Mentre al Senato accademico è riconosciuta la sovranità in materia di ricerca e didattica e in materia di statuto e regolamenti.