lafugadeitalentiSono cinquemila l’anno. Un libro San Paolo ne racconta le storie: «Da noi il sistema si basa sullo scambio di poteri. E i trentenni non hanno nulla da offrire se non il talento»

Fonte: Stpauls.it
di Rosanna Biffi

Eravamo un Paese di emigranti e lo siamo ancora. Così è l’Italia degli anni 2000 se guarda all’emigrazione dei suoi giovani laureati, un’élite che cerca oltre i confini le opportunità che una patria matrigna non concede loro. Benché non esistano statistiche ufficiali e univoche, si stimano in cinquemila l’anno i colti emigranti che abbandonano il nostro Paese, spesso per sempre. Una fuga di talenti che non riguarda solo i ricercatori, ma professionisti di ogni specie tra ingegneri e manager, avvocati e funzionari e artisti. La domanda è: l’Italia può permettersi di regalare ad altri un patrimonio di intelligenze e creatività che ha pagato di tasca propria negli anni di formazione? Può falcidiare così, senza ripensamenti, la sua futura classe dirigente? No, non se lo potrebbe permettere, però lo fa e induce alla fuga soprattutto i talenti veri, che possiedono ambizioni e iniziativa e non si rassegnano alle regole mediocri di un sistema ingessato.

A questo fenomeno spinoso il giornalista Sergio Nava, 34 anni, ha dedicato il libro La fuga dei talenti, edito da San Paolo (366 pagine, 18 euro), che ha il rigore di un saggio e la forza polemica di un pamphlet. Ai dati e alle analisi Nava affianca le storie di 27 italiani giovani e di valore che solo all’estero hanno trovato l’opportunità di cimentarsi e riuscire. Uno di loro, Oscar Bianchi, musicista e compositore di 34 anni che ora vive a New York, sintetizza così i mali del Belpaese: «Il nostro è un sistema interamente basato sullo scambio di potere. Un sistema dal quale i giovani sono tagliati fuori, perché non hanno nulla da offrire, al di fuori del proprio talento».

Chiaro che Sergio Nava, da 10 anni giornalista a Radio 24, appartenga alla stessa generazione di cui racconta nel libro frustrazioni, idee e dinamismo. Si tratta anche della prima "generazione Erasmus", abituata a girare l’Europa e a fare confronti già dall’università, grazie all’omonimo programma europeo. Evidente, anche, che nella sua appassionata denuncia emergano l’energia e le idee nette di chi ha l’età per poter cambiare le cose. «A me basterebbe che il piccolo sasso che lancio nello stagno con questo libro creasse una coscienza generazionale», precisa con lucidità.

«Mi piacerebbe che i miei coetanei lo leggessero e dicessero: "Ma allora le cose possono andare diversamente, allora non è detto che in Italia, se sei giovane, devi solo prendere calci nei denti perché non conti nulla". Da noi, se hai 30 anni vieni considerato un "minus habens": il tuo parere non conta, devi guadagnare poco, se non sei raccomandato non vai avanti. Ma dove sta scritto? I ventenni e i trentenni italiani devono capire che sono uomini e donne, non bambini, che la loro testa funziona e le loro idee devono avanzare, e che le loro responsabilità devono aumentare».

Nel blog fugadeitalenti.wordpress.com Nava lancia un appello perché i lettori contribuiscano a redigere un manifesto dei giovani italiani, di denuncia e di proposta. Lo fa partendo da tre provocazioni estratte dal suo libro: rendere obbligatorio, per tutti gli studenti alla fine delle superiori o all’università, un periodo all’estero; fare della raccomandazione un reato, punibile con severità; assegnare premi economici alle aziende che assumano solo in base a criteri di selezione vera. Perché il vizio maggiore dell’Italia, sempre per l’autore del libro, è proprio l’assenza di meritocrazia, e le prime vittime ne sono i giovani.

Fuori si guarda al risultato

«Da noi assunzioni e carriere funzionano soprattutto per raccomandazione e cooptazione», denuncia Nava. «Credo che di peggio, in Europa, ci sia solo la Grecia. Anche in Spagna c’è un problema di lavoro per i giovani, però esiste più merito. Se andiamo a Nord, in Scandinavia, in Gran Bretagna, in Germania, in Francia, la selezione dei talenti è reale. Fuori d’Italia si guarda al risultato: se vali vai avanti, se non vali torni indietro. Dovrebbe essere così dappertutto. Inoltre all’estero i nostri giovani laureati trovano spesso una retribuzione migliore, fatto salvo il quadro attuale legato alla crisi economica».

Alla fine, cosa ci rimette il nostro Paese? «Si sta auto-condannando al declino, per due motivi. Il primo è che il talento non arriva a comandare e la sua carica di innovazione e creatività non si potrà estrinsecare. La maggiore carica innovativa si ha dai 20 ai 40 anni, al massimo. Il secondo motivo (ed è una beffa ancora maggiore) è che al posto di questa gente trovi i mediocri. Il declino è evidente, perché facciamo scappare chi ha talento ma non possiede l’aggancio giusto. Mi dispiace, ma l’Italia funziona ancora in modo feudale, con pochi potenti nei vari settori che si creano le loro caste, le loro cerchie di sudditi».

Le 27 storie di talenti fuggiti all’estero che Nava racconta nel libro offrono uno spaccato tutt’altro che casuale dei motivi di scoraggiamento in patria. Dal funzionamento delle piccole e medie imprese, dove il laureato competente e critico non piace alla gestione un po’ troppo padronale, alla logica di corridoio che presiede in molti luoghi alle carriere, costruite più sui rapporti che sui risultati. Da studi universitari troppo teorici a colloqui di lavoro basati sul "poi vedremo". Tutti concordano: all’estero c’è un clima diverso. Sergio Nava non è ottimista, ma su un punto non transige: «Bisogna avere il coraggio di incominciare a dire "basta"».

COSÌ TERESA HA TROVATO LA CALIFORNIA
Quando arrivò in California nel ’95, con una borsa di studio per un master, Teresa Fiore non immaginava di rimanerci come docente universitaria. Siciliana, si era laureata in Lingue con indirizzo umanistico a Trieste, con 110 e lode . Dopo il master fu ammessa a un dottorato sempre in California, specializzandosi man mano in letteratura italoamericana e studi sulle migrazioni.

Poi vinse un concorso per insegnare all’Università statale di Long Beach. Questioni di visto esigevano un ritorno in Italia, ma la titolata professoressa Fiore cercò invano un lavoro: «Ai concorsi o mi riconoscevano solo la laurea, ignorando il decennio in Usa», ricorda, «o, nel caso riconoscessero certe qualifiche, chiedevano: "Perché è tornata? Qui non ci sono possibilità"». Così ripartì senza rimpianti per la California.

Vuole sfatare alcuni miti: «Negli Stati Uniti i ritmi di vita sono pazzeschi. È un sistema che richiede tanto e tende, in nome della meritocrazia, a offrire sempre nuove opportunità, ma con una quantità di lavoro sempre maggiore. Inoltre la macchina burocratica è pesante e ricade in larga parte sui docenti». Però «il sistema americano crede ancora nei giovani e vede una risorsa nelle persone che vogliono fare. In Italia probabilmente avrei trovato una collocazione, ma dubito che sarei riuscita a fare in università ciò che ho messo insieme qui».

Quest’anno è visiting professor alla New York University e, benché interessata a programmi di scambio con l’Italia, non ha intenzione di tornare: «Ho 39 anni, non è un momento in cui penso al pensionamento. Sono nella fase intermedia, la più dinamica in una carriera».

DALLA BOCCONI A BRUXELLES
Economista caposezione della Commissione europea, alla Direzione generale per la fiscalità, Marco Fantini ricorda così gli esordi a Bruxelles nel 1994: «A 29 anni mi trovai a ricoprire una posizione che in Italia non avrei assolutamente potuto ambire a ottenere prima dei 45». Originario di Udine, Fantini si era laureato con 110 e lode all’Università Bocconi di Milano, specializzandosi in Economia internazionale. Esperienze di lavoro e di concorsi in piccole imprese, grandi aziende pubbliche, piccole banche ed enti internazionali gli fanno dire: «All’estero è facile che le possibilità offerte siano "reali", mentre in Italia sono spesso Virtuali"»

Basti dire che nel ’92, in un breve arco di mesi collezionò tre "bocciature" in concorsi italiani (alla Rai, per una piccola banca e nel maggior ente pubblico del tempo, dove gli spiegarono: «Sa, noi preferiamo lavorare con gente che conosciamo già») e due successi in concorsi per istituzioni estere, la Barclays Bank e la Commissione europea. Dopo 14 anni di brillante carriera a Bruxelles, conferma che «senza dubbio all’estero merito e raccomandazione sono valutati in modo diverso che in Italia» e che «il mercato internazionale è più meritocratico e spesso anche più trasparente. Con un po’ di savoir faire, poi, è possibile valorizzare alcune doti italiane che altrove sono meno diffuse, come la creatività, la flessibilità, l’intraprendenza, la capacità di fare sacrifici quando servono».

Speranze per i nostri talenti? «Occorrerebbe che i giovani italiani acquisissero maggiore coscienza del fatto che il sistema spesso li penalizza ingiustamente. In fondo, sono milioni e potenzialmente potrebbero disporre di un certo peso politico. Una maggiore "coscienza di classe" è il primo passo per ottenere più tutela dei loro diritti».

A MADRID PASSANDO DA FRANCOFORTE
Forse il fatto di crescere a Bolzano aveva già iniettato geni teutonici nella mentalità di Michele Lanzinger, ma certo la Germania è stata il fil rouge della sua affermazione come manager. Anche ora che vive e lavora a Madrid, dove ha partecipazioni in tre aziende che ha aiutato a nascere e crescere, l’input alla carriera spagnola è arrivato dalla Germania.

Tutto era iniziato durante l’università, quando Lanzinger approdò a Francoforte con il programma Erasmus, mentre frequentava economia alla Cattolica di Milano. In Germania preparò anche la tesi di laurea e già allora ebbe modo di fare confronti: «L’università italiana è troppo affollata e troppo teorica, mentre in Germania le classi sono più piccole e tutto è orientatissimo al mondo del lavoro».

La laurea in economia aziendale gli fruttò colloqui di lavoro molto deludenti in Italia: «In tutti i casi, con le cifre che mi offrivano, non avrei avuto la possibilità di essere indipendente dall’aiuto dei miei genitori», ricorda. «Per me invece era fondamentale; dopo essere stato mantenuto agli studi non volevo più chiedere nulla. Anche da lì nacque la decisione di cercare in Germania, dove infatti già agli inizi ebbi uno stipendio che mi permetteva di mantenermi fuori casa».

Una prima esperienza entusiasmante in una società di consulenza vicino a Francoforte, un ritorno in Italia e una pessima esperienza nel mondo finanziario a Milano, quindi la decisione di cercare lavoro a Madrid, dove viveva la fidanzata oggi sua moglie. «Neppure in Spagna si guarda molto al merito dei giovani», rileva, «in più c’è concorrenza perché là tutti fanno l’università e le posizioni in azienda sono poche, dato che l’economia spagnola non è paragonabile a quella italiana». Però un tedesco che stava aprendo una società di consulenza a Madrid lo assunse, e ora Lanzinger ne è socio.

Oggi è un manager-imprenditore che ha mantenuto un forte legame con l’Italia: «Tornerei domani, ma con una serie di presupposti lavorativi». Ha 35 anni e un’esperienza già importante: «Ho guadagnato in apertura, capacità di contatti e iniziativa commerciale. Ma qualcosa ho perso. Però, tornassi indietro, rifarei tutto».