Tatanka: boxe, camorra e redenzione: la voglia di riscatto dal testo di SavianoNel ruolo del protagonista il pugile Clemente Russo, campione mondiale dei dilettanti nel 2007

Fonte: Il Messaggero
di Fabio Ferzetti

Due amici per la pelle, una zona maledetta dalla camorra, uno sport che non perdona ma quasi sempre redime. Il film di Giuseppe Gagliardi ispirato al memorabile reportage di Roberto Saviano sui pugili di Marcianise, «Tatanka», da oggi in sala in 189 copie (38 solo in Campania), è quasi un manifesto di resistenza umana. Come tutto ciò che porta il marchio di Saviano, anche se lo scrittore non ha partecipato alla sceneggiatura.

Resistenza al crimine, che a Gomorra per troppi giovani è quasi uno sbocco naturale. Resistenza fisica, perché sul ring devi saper incassare, anche se puoi stendere un bufalo con un pugno (come capita al protagonista del film, Michele, che da adulto ha il volto e il fisico da gladiatore di Clemente Russo, campione mondiale di boxe dilettanti nel 2007). Ma la resistenza decisiva è quella che non si vede. Quella che ti lega a un luogo e a un pugno di persone per tutta la vita. Superando perfino il tradimento, perché tutti possono sbagliare, ma se resisti finisci per vincere le peggiori infamie. Anche se a caro prezzo.

È il senso della parabola di Michele e Rosario, che nella prima parte del film, folgorante, scopriamo ancora adolescenti. Due ladruncoli come tanti che un giorno, inseguiti dalla polizia, si rifugiano per caso nella palestra di Sabatino (Giorgio Colangeli). E scoprono un altro mondo. Michele infatti ha un pugno micidiale, perché non coltivare quel talento? È la parte più nuova e appassionante del film. Quando Sabatino lo porta a combattere nella vicina base Nato; quando Michele scopre di poter vincere, guadagnandosi il soprannome di Tatanka, («bisonte» in lingua Sioux); quando per rendere un favore all’amico Rosario va in galera al posto suo, sembra di intravedere un «Goodfellas» del casertano. O un «C’era una volta a Marcianise», con amori e rancori, famiglie e vendette, promesse e rimpianti. E una scena di tortura in commissariato (il famoso «sottomarino») che deve aver fatto infuriare la Polizia ed è costata all’agente Clemente Russo una sospensione di sei mesi.

«È una cosa avvenuta davvero, non in Campania ma in Sicilia - spiega il regista Gagliardi - ma per noi era essenziale. Ci serviva a raccontare l’inferno per dare più risalto alla bellezza e al riscatto finale». Riscatto che passa attraverso fin troppe piste narrative e arriva un po’ sfiatato, meno interessante delle premesse. Rosario infatti è segnato. Come tanti, entra nella camorra e quando Michele esce di prigione cerca di arruolarlo, o almeno di farlo combattere, ma per soldi, anche se lui ovviamente non sospetta nulla.

Così il verismo alla «Gomorra» e le scene in dialetto sottotitolate della prima parte cedono il posto a una storia movimentata ma non sempre imprevedibile di caduta e redenzione. Che sfrutta solo a metà o troppo velocemente i mille spunti offerti dal reportage di Saviano (è nel volume «La bellezza e l’inferno», Mondadori). E in particolare il rapporto così particolare con Marcianise, «paesone di 40.000 abitanti, una delle capitali mondiali del pugilato», scrive Saviano. Per la vicinanza con la base Nato e perché la boxe, che oggi fra l’altro muove molti meno quattrini di una volta, è l’unica disciplina capace di tenere lontani dal crimine questi ragazzi. E insieme una metafora perfetta «della rabbia, della solitudine e del nulla» di cui sono impastati.

Come dice Clemente Russo: «Il personaggio di Michele è la sintesi perfetta di tanti pugili che, proprio come me, rappresentano in qualche modo il riscatto di Marcianise. Ci torno 2-3 volte l’anno ormai, perché mi alleno tra Assisi e Milano, ma ogni volta che vado in palestra e chiedo ai ragazzini che la frequentano perché lo fanno, sentirmi dire «Perché voglio diventare come te» è motivo di grande orgoglio. Anche se rispondo: no, devi diventare meglio di me, perché alle Olimpiadi di Pechino sono arrivato solo secondo».