La morte di Osama bin Laden, icona dell'Islam contemporaneoValuteremo se a lui sopravvierà l'Islam fanatico

Fonte: La Stampa
Mimmo Càndito

Ne avevamo fatto il contenitore di tutte le nostre angosce, un sacco oscuro  dentro il quale ammassare, nello sgomento della nostra ansia, la paura di un destino  che ci sfuggiva, consegnato alle mani d’una cultura, d’un pensiero, di un fanatismo che sentivamo “altri” rispetto alle nostre società dell’Occidente, laiche, consumiste, irridenti d’ogni religiosità sclerotizzata dalla forma di liturgie ignote. Lui fu subito il Principe delle Tenebre, lo Sceicco del Diavolo, l’incarnazione del Male Assoluto. Nel mondo del nuovo millennio, Osama bin Laden si creò come l’icona  dell’impossibile  ritorno a un Medio Evo cui davano forma e credibilità estetica il suo stesso viso emaciato, ascetico nell’asciuttezza di quegli zigomi forti, retti da una barba d’antico profeta, e quel corpo allampanato, quasi spettrale, perduto sotto tuniche svolazzanti, emblematicamente esotiche, anacronistiche.
Ed era un Medio Evo che scoprivamo assai lontano dalle tradizioni scolastiche delle cripte gotiche di Umberto Eco, un nuovo Medio Evo traversato dal terrore d’una guerra per la prima volta asimmetrica, una guerra alla quale la tecnologia del tempo post-industriale e un settarismo cieco consegnavano connotazioni allucinanti, potenzialmente apocalittiche. Scoprivamo l’identità dell’Islam, ma la consumavamo come religione dell’odio, della intolleranza, d’una violenza mistica incapace d’ogni forma di dialogo e di confronto.

Osama bin Laden è stato l’Islam della nostra contemporaneità. Avevamo avuto prima di lui, e a partire dagli anni ’60, le guerre del Medio Oriente, ma erano state guerre dentro cui la stimmate religiosa dei paesi arabi veniva coperta dal nazionalismo laico della lotta palestinese; e se anche la rivoluzione khomeinista, alla fine degli anni ’70, ci aveva portato indietro nel tempo, proponendo una rigidità dottrinaria capace di sconvolgere e disarmare l’alleanza tra il modernismo di Reza Pahlevi e il pragmatismo della Casa Bianca, il manto nero del Grande Ayatollah ci era apparso come un residuo dell’eresia sciita, marginale nel grande fervore mercantile e finanziario dell’universo musulmano.

L’attentato alle Torri dell’11 settembre del 2001 – attentato di cui Bin Laden, dopo un lungo traccheggio di ambiguità irrisolte,  prese pubblicamente la paternità soltanto nel 2004 - ebbe due effetti sconvolgenti sul corso della storia del nostro tempo comune. Un primo effetto fu quello di far crollare, con le due torri, i due pilastri della identità americana: uno era l’invincibilità, e l’altro l’identificazione nazionale con il Bene, di cui i Padri pellegrini del “Mayflower” erano stati portatori e interpreti.  Ma il secondo effetto fu proprio questo del Risorgimento islamico, e però  un risorgimento tragico, cupo, portatore di un oscurantismo dentro il quale si smarriva, fino a sparire, la ricchezza della civiltà araba.

Con le sue 4 mogli, con i suoi 26 figli, con la sua predicazione consegnata paradossalmente alle tecnologie elettroniche delle videoclip, e degli audiomessaggi, ma incardinata dentro un sistema di pensiero arcaico, fanatico, immobile dentro il tempo, con la sua stessa figura che la televisione faceva iconicamente simbolica del rifiuto d’ogni contaminazione con la modernità e con l’Occidente cristiano (“crociato” lo diceva Osama, nei suoi messaggi consegnati alla bulimia mediatica), Bin Laden creava nell’immaginario angosciato da quelle due Torri in polvere l’interpretazione autentica dell’autentico musulmano, nemico, avversario, ostile, persecutore d’ogni possibile intendimento, fino alla morte. La morte portata al crociato, o anche la morte suicida nella distruzione comunque del nemico.

Era nato da una ricca famiglia della penisola saudita, 17.mo figlio d’una tribù di 52 fratelli procreati da 10 mogli. Aveva studiato Economia, e poi Ingegneria civile, per inserirsi nell’attività del suo potente clan d’edilizia infrastrutturale - il  Saudi Binladin Group, secondo la traslitterazione inglese - ma assai presto la fascinazione della lettura wahabita dell’Islam quale veniva praticata a Riyad, nel regno di Ibn Saud, lo aveva assorbito e conquistato. Muhammad bin Abd al-Wahhab era stato il teologo di un Islam che rifiuta come empia qualsiasi interpretazione della fede che non corrisponda alla lettera formale del pensiero del Profeta, contro ogni tentazione storicista e ogni inquinamento modernista; ma al-Wahhab era vissuto nel ‘700, e la mummificazione saudita era sopportabile soltanto al costo d’un rifiuto assoluto del valore del Tempo. Bin Laden se ne fece interprete d’una ortodossia ciecamente orgogliosa.

S’inserì nella guerra dei mujahiddiyn afghani all’invasione sovietica come collettore d’un flusso di finanziamenti e di traffici d’armi che mettevano assieme la Cia e gli sceiccati arabi; e quel suo inserimento nasceva dal dovere  ch’egli sentiva obbligato, di difendere una terra di Allah dalla penetrazione del comunismo “ateo”, profanatore, infedele. (E da questo contatto, sia pure indiretto, con la Cia nacquero poi leggende che hanno accompagnato tra sospetti e perplessità il lungo tempo della sua latitanza, quando – dalla fuga sulle montagne di Bora Bora nel 2001 alla sua morte, ieri – l’incapacità del più forte, forse anche più abile, sistema spionistico del mondo doveva confessare la propria impotenza a chiudere una caccia all’uomo in una geografia comunque limitata, ristretta com’è la montagna tra Afghanistan e Pakistan.)

Poi c’era stata l’indignazione per quella presenza americana nelle terre dei Luoghi Sacri del Profeta durante la seconda Guerra del Golfo, quella del ’91, che Osama avvertì come una autentica, insopportabile, profanazione, e per la quale ruppe ogni rapporto con Riyad, venendone espulso ma anche condannando la monarchia saudita con una fatwa che la giudicava empia e meritevole della morte per mano dei fedeli di Allah.

Il suo percorso era ormai segnato, nell’orgogliosa assunzione di un ruolo da Emiro, una leadership che portava alla creazione della rete terroristica di al-Qaeda, gli attentati antimaericani di Dar Es Salama e Nairobi, il rifugio tra i taleban, infine la guerra santa al Satana americano e le Twin Towers.

La sua morte, ieri, non cancella i misteri che hanno accompagnato la sua guerra totale ai crociati, creatrice dell’altra guerra totale, quella di Bush al terrorismo, che tanti danni ha portato all’Occidente che pure voleva difendere. Con lui se ne va però l’icona dell’Islam cupo, fanatico, intollerante, arcaico; vedremo se l’icona porterà nella tomba del tempo anche l’Islam che ha creato.