Spin-off, così l'università italiana fa impresa dalla ricercaSolo dal mercato può arrivare il verdetto sul valore di un'impresa ma sul mercato bisogna arrivarci. E per una start-up tecnologica, nata in un'università o in un istituto pubblico di ricerca, non è affatto scontato

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Marco Ferrando

Passare da un'idea a un prototipo e quindi a un vero e proprio prodotto è da sempre uno degli scogli più duri per gli spin-off accademici, ma anche in Italia qualcosa sta cambiando: nel sempre più popolato mondo delle Pmi nate dalla ricerca (873 nell'ultima rilevazione), ormai l'84,3% dispone di un prodotto o un servizio, appena il 12,5% è giunto soltanto alla fase prototipale, mentre solo il restante 3,1% si trova nella fase di messa a punto.

«Ci troviamo dinanzi a un'altra tappa del processo di consolidamento degli spin-off», commenta Andrea Piccaluga della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa, che insieme con Chiara Balderi e Alessandra Patrono per Netval ha curato l'ottava edizione del rapporto sulla valorizzazione della ricerca nelle università italiane. L'indagine, che in parte riprende i contenuti di una ricerca targata Sant'Anna-Ipi, sarà presentata domani a Roma proprio all'assemblea Netval, ma dalle prime anticipazioni emerge un ecosistema in fase di ulteriore maturazione. L'ultima fotografia, scattata un anno fa, aveva censito 802 spin-off universitari, per un fatturato complessivo stimato intorno ai 600 milioni di euro; oggi di Pmi se ne sono aggiunte 71, ma – soprattutto – nel corso degli ultimi 12 mesi anno hanno trovato conferma i segnali di crescita qualitativa che si erano già manifestati dal 2008 in avanti. Al punto che oggi buona parte di esse si rivela ormai matura per affrontare il mercato: «La capacità delle imprese di industrializzare la tecnologia posseduta alla fase di costituzione – osserva ancora Piccaluga –, e di portare avanti il ciclo di sviluppo del prodotto o servizio, consente loro di incrementare rapidamente la quota di fatturato derivante dalla vendita di prodotti». Morale: se al momento della costituzione dello spin-off la commercializzazione di prodotti o servizi pesava solo per il 17,4% del fatturato, oggi la media si attesta al 24,2%, una crescita che consente di ridurre il contributo fornito dalle attività di consulenza dal 75,4% all'attuale 68,5 per cento.

Tutti dati che oggi fanno somigliare gli spin-off accademici a vere e proprie aziende più che a studi di consulenza, anche se scientifica o tecnologica; e se l'export rimane ancora un optional (vale il 10,5% del fatturato), è anche vero che ormai la maggior parte delle imprese misura il proprio posizionamento su scala globale: il 57% degli spin-off, infatti, ha individuato i propri competitor all'estero, e il 26,1% fuori dai confini dell'Unione europea.

«L'imprenditorialità degli addetti alla ricerca pubblica è stato certamente un fenomeno di moda», ragiona il presidente di Netval, Riccardo Pietrabissa: «Oggi i dottorandi e i professori sono interessati a rischiare investendo tempo e denaro nelle loro competenze e nei loro brevetti». Il fenomeno, che è già stato osservato nel mondo anglosassone, «sta partendo anche in Italia, per quanto più lentamente a causa della crisi economica e delle più difficili condizioni di contesto, principalmente burocrazia e fisco – aggiunge –. I nostri spin-off sono meno coccolate dalle università e per questo più forti: è l'effetto della selezione e dell'esperienza che molte università trasmettono ai neoimprenditori».

L'ultimo rapporto Netval conferma poi che è l'Emilia-Romagna la regione in grado di vantare la maggior concentrazione di spin-off (119 in tutto, il 13,6% del totale), mentre l'ateneo più prolifico resta il Politecnico di Torino: 60 le imprese generate dal 2000 al 2009 compreso (il 6,9%), 13 in più di quelle nate nella galassia del Cnr (47) che con l'assorbimento dell'Istituto nazionale per la fisica della materia, dove gli sforzi per promuovere l'imprenditorialità dei ricercatori sono iniziati negli anni '90, ne ha conquistate altre 36.

Come già emerso nel corso del l'ultimo triennio, il boom dell'Ict che aveva scandito la prima metà degli anni duemila è ormai esaurito. Il settore oggi raccoglie ancora il 32,8% degli spin-off (286 in tutto, con un'età media di 6,3 anni), ma presto il primato sarà conteso dal binomio energia-ambiente (141) e dalle life sciences (131), due settori dove l'età media non arriva ai cinque anni.

Ma cos'è che spinge un docente o un ricercatore ad avviare un'impresa? Quasi in un caso su tre (il 32,1%), il semplice desiderio di «fornire servizi basati sulle competenze di ricerca maturate», mentre nel 23% dei casi dietro a uno spin-off c'è la chiara esigenza di fare di necessità virtù, visto che ci simette in proprio semplicemente per proseguire al di fuori dei dipartimenti un'attività di ricerca che, spesso per mancanza di fondi, l'università non può più finanziare. È così che si forma una sorta di zona grigia, che nasconde elementi positivi e non. Infatti se anche in Italia inizia finalmente ad affermarsi la figura dell'imprenditore seriale (nel 52,1% degli spin-off fondati dal 2006 almeno uno dei soci non è alla sua prima start-up), è altrettanto vero che sovente si fatica a tagliare il cordone ombelicale con l'università di partenza: il 47,4% delle imprese ne utilizza gli spazi, il 49,5% mantiene in vita legami informali e il 32,1% vede la presenza dell'ateneo dentro al proprio capitale sociale.