Nube radioattiva Giappone, nessun rischio per l'Italia e l'EuropaSecondo gli esperti dell'Ispra, le nubi radioattive che si sollevano dall'impianto nucleare di Fukushima anche se fossero dirette verso il continente europeo non comporterebbero alcun rischio a causa del lungo tragitto

Fonte: Tg1.rai.it

La nube o meglio le nubi radioattive che si sollevano dall'impianto nucleare di Fukushima anche se fossero dirette verso il continente europeo, a causa del lungo tragitto - oltre 10mila chilometri in linea d'aria- non comporterebbe, una volta giunta in Italia, un rischio radioattivo. La radioattività nell'aria sarebbe, infatti, rilevabile solo dagli strumenti e comunque tale da non costituire un rischio per la popolazione e l'ambiente. Lo spiega l'ingegnere Paolo Zeppa, responsabile del settore coordinamento emergenze Ispra, che traccia un quadro di ciò che sta avvenendo a Fukushima dall'11 marzo.

LE ORIGINI DELLE ESPLOSIONI. "Le esplosioni registrate e viste a Fukushima - spiega l'ingegnere - sono causate dall'idrogeno accumulato dentro gli edifici in conseguenza delle operazioni di messa in sicurezza che si stanno svolgendo negli impianti per proteggere il contenitore primario del reattore nucleare, che è uno degli obiettivi principali". I tecnici infatti "stanno lavorando in emergenza in una situazione straordinaria" perché dall'11 marzo manca l'energia elettrica e lo tsunami ha mandato in tilt i generatori diesel di emergenza. Così - prosegue l'ingegnere - stanno cercando di immettere acqua dentro il reattore, il calore forma vapore che fa aumentare la pressione all'interno, gli operatori aprono le valvole e fanno sfiatare la pressione, con un'operazione quindi controllata. Ma nel fare questo lavoro, dal contatto delle guaine del combustibile nucleare con l'acqua, si crea idrogeno, che si accumula nella zone alte e poi esplode a contatto con l'aria e scoperchia gli edifici, che hanno pannellature appositamente create per non fare resistenza, e favorire lo sfiato. "In condizioni normali, con energia elettrica, le modalità delle operazioni sarebbero diverse, ma in assenza di sistemi di sicurezza attivi si sta operando direttamente sul reattore", sottolinea l'esperto dell'Ispra, che aggiunge: "Al di là delle esplosioni collaterali di idrogeno, con la depressurizzazione controllata, insieme al vapore d'acqua è inevitabile che venga rilasciata anche radioattività. Per questo le operazioni di rilascio controllato sono fatte, come prevedono i piani di emergenza, dopo aver evacuato la popolazione fino a 20 chilometri". Così come è stato fatto in Giappone che ha anche esteso le precauzioni: restare al chiuso nel raggio tra 20 e 30 chilometri dalla centrale. E insieme a queste misure, come previsto, è stata attivata la distribuzione delle pillole per la iodioprofilassi. Quindi "l'aliquota di radioattività rilasciata nell'aria, inevitabile in questa fase, è di livello tale da far scattare il piano d'emergenza". Fuori servizio la rete elettrica, anche i generatori di emergenza hanno fallito e sin dai primi minuti del sisma in quella centrale tutti e sei i reattori sono rimasti senza sistemi di raffreddamento. I tecnici lavorano così in una condizione straordinaria, molto gravosa, una lotta contro il tempo per salvaguardare il contenitore primario. Immettono acqua per raffreddare ed evitare la degradazione, la fusione del combustibile nucleare e tirano fuori vapore per abbassare la pressione per evitare la fessurazione del contenitore primario di calcestruzzo che racchiude il vessel d'acciaio, il nocciolo dove ci sono le barre di combustibile nucleare.

LIVELLI DI RADIAZIONI. Ora "i livelli di radiazione nell'area del sito di Fukushima sono abbastanza consistenti". Quando il combustibile nucleare si degrada - spiega l'ingegnere - i primi radionuclidi a fuggire all'esterno sono i gas nobili, come xenon 133, il Kripton 85. Gas che però non si depositano né nel corpo né nell'ambiente e si disperdono. Poi, in successione sono rilasciati gli elementi più volatili tra cui lo iodio 131, quello che nella prima fase desta la maggiore attenzione, ma che decade molto velocemente. Poi arrivano il cesio 137 e 134 che nel tempo lascia più a lungo traccia nell'ambiente e lo stronzio 90. Nelle ceneri di Chernobyl ad esempio c'è ancora traccia di cesio ma non di iodio. L'ispra lavora all'interno di un circuito di scambio di informazioni con l'agenzia atomica di Vienna, la Aiea, ma al momento dal Giappone non arrivano informazioni dettagliate: "Scarseggiano le informazioni sia sulla situazione dell'impianto, che sulle operazioni di sicurezza, e anche sul monitoraggio radiologico dell'ambiente esterno alla centrale. Non sappiamo al momento di preciso cosa e quanto si è liberato nell'aria, possiamo ipotizzare la presenza nelle nubi di rilascio di gas nobili e iodio, forse anche cesio. Non si sa nemmeno la concentrazione esatta, si intuiscono livelli di concentrazioni non trascurabili nei dintorni della centrale". Gli ultimi rilievi segnano a Fukishima, alle 15 del 16 marzo, 18,6 microSv all'ora, un livello "molto superiore al fondo ambientale". A Tokyo alle ore 9.00 del 16 marzo si rilevano 0,089 microSv all'ora. Per fare un raffronto in Italia, a seconda della situazione geologica ambientale, si può passare da 0,05 a 0,20-0,30 microSv all'ora, dove ad esempio c'è alta concentrazione di radon.

NUBI RADIOATTIVE. In ogni caso, dove vanno le nubi radioattive di Fukushima? "Le nubi si spostano sul territorio in relazione alla direzione e all'intensità dei venti. Parte della contaminazione trasportata viene depositata durante gli spostamenti con progressiva diluizione della concentrazione di radioattività", sottolinea l'ingegnere dell'Ispra. La dispersione dipende anche dall'altezza del rilascio, che a Fukushima dovrebbe aggirarsi intorno ai 100-200 metri, e soprattutto dal campo dei venti. "nel caso che, complici i venti, le nubi viaggino attraverso il Pacifico, un gran parte della radioattività si depositerà in zona disabitata. Nell'eventualità la nube fosse diretta verso il nostro continente, vi arriverebbe estremamente diluita. I sofisticati strumenti di rilevazione di cui disponiamo potrebbero un domani registrare la presenza di radioattività in aria, conseguente al rilascio da Fukushima, verosimilmente in misura tale da non comportare un rischio radioattivo per l'Europa e l'Italia.