Multinazionali delle medicine. Più marketing che ricerca. Big Pharma cambia strategiaAllarme dall’Inghilterra dopo la chiusura dei laboratori che hanno inventato il Viagra

Fonte: La Stampa
di Andrea Malaguti

Chiude lo stabilimento dove hanno scoperto il Viagra. E’ uno spettacolare mostro in acciaio che sembra pensato per la Nasa. La Pfizer lo ha costruito 50 anni fa nel Kent, in un paese medievale che si chiama Sandwich, investendo 240 milioni di dollari. E’una specie di paradiso della ricerca, il quartiere generale del gruppo americano in Europa. Ci lavorano 2400 scienziati che hanno fatto studi decisivi sul genoma umano e trovato farmaci per il trattamento del dolore, delle allergie e di numerose malattie infettive, compreso l’Aids, ma nel mondo sono famosi per la pillola blu che cura le disfunzioni erettili e che produce un giro d’affari da 500 milioni di dollari l’anno. Dovranno trovarsi un altro lavoro. Va da sé che il paese è in ginocchio.

I vertici newyorkesi dell’azienda quotata in Borsa hanno deciso di cedere alle pressioni degli azionisti tagliando drasticamente il budget per la ricerca, precipitato da nove a tre miliardi. I soldi risparmiati li hanno destinati a medicine che non hanno bisogno di prescrizione, ad esempio le multivitamine. Hanno una redditività immediata. La ricerca no. Non nel breve termine. Gli inglesi l’hanno presa male. Come se dipendesse da loro.

Il professor Chris Manson, dell’University College di Londra, ha spiegato stizzito al Financial Times che negli ultimi 10 anni il Regno Unito «ha subito duri colpi nell’ambito della ricerca farmaceutica. Era il nostro fiore all’occhielo. Il 12% del lavoro mondiale. Ora siamo al 2%. E’ totalmente inaccettabile». Anche Vincent Cable, ministro per gli affari, e David Willets, che ha la delega alla ricerca, hanno provato a convincere la Pfizer a restare nel Kent. La risposta è stata disarmante. «Voi non c’entrate nulla. E’ un problema di strategie globali». Con enormi ricadute locali.

Per spiegare meglio la propria posizione gli americani hanno prodotto un dato. Vent’anni fa portare un farmaco sul mercato costava 150 milioni di dollari. Oggi servono due miliardi. «La necessità di risparmiare è indiscutibile, ma senza ricerca non si producono nuovi farmaci», spiega Steve Arlington, economista di Pricewaterhouse. Salute o denaro, che cosa vale di più? Per le industrie private la risposta è ovvia. «Tra l’altro le strutture destinate alla ricerca si concentrano ancora sulla chimica, mentre la medicina si occupa di sistemi vitali complessi», sottolinea Liam Ratcliffe, ex responsabile dell’impianto di Sandwich. C’è una rivoluzione in atto e non è ancora chiaro chi ne pagherà i costi.

La Pfizer non fa altro che aggiungersi a una lunga schiera di aziende che hanno seguito percorsi analoghi. La GlaxoSmithKline ha ridotto gli investimenti in farmaci che hanno bisogno di ricetta e ha chiuso uno stabilimento nell’Essex giusto un anno fa, spiegando che «in un momento di crisi non è possibile pensare a significative scoperte farmaceutiche». E Andrew Witt, direttore esecutivo dell’azienda, ha sentenziato gelido: «L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è una lunga pila di mattoni con l’aria condizionata». Via loro e chi c’è dentro. In genere professionisti altamente qualificati. Meglio tenere gli occhi spalancati su quel nulla rasserenante, immediato e anonimo che è il guadagno sicuro.

Simile la scelta fatta dagli anglosvedesi di AstraZeneca, dai francesi di Sanofi Aventis e da Novartis e Roche in Svizzera. «La portata dei tagli è appena all’inizio», profetizza Andrew Baum, analista finanziario di Morgan Stanley. «Il numero dei farmaci legalmente approvati rimane pressoché invariato, il costo legato alla ricerca cresce violentemente. Ovvio che si tratta di uno sbilanciamento difficile da sopportare per le aziende, che ora devono trovare il modo per condividere il rischio dei loro investimenti». Paradossalmente l’età d’oro delle grandi scoperte dell’ultima parte del secolo scorso ha finito per bloccare il mercato all’inizio del terzo millennio. Piccoli passi richiedono sforzi economici enormi. E la collaborazione è complicata.

Chas Bountra, dell’Università di Oxford, dice che, mentre i ricercatori vogliono pubblicare, le aziende pretendonodi proteggere i loro segreti industriali. «Senza un cambiamento delle norme sulla proprietà intellettuale è difficile pensarea un cammino condiviso». Il collega Nicholas Proudfoot è ancora più duro. «Mentre le grandi aziende tagliano il governo inglese investe 600 milioni in un altro centro di ricerca a St. Pancras in collaborazione con le fondazioni mediche. I soldi dovrebbero darli ai laboratori esistenti». A Londra le ruspe sono al lavoro. Il centro si chiamerà UKCMRI. E’ pensato per dare lavoro a 1250 scienziati e avrà un costo di gestione di 100 milioni l’anno. Un sogno o un azzardo? Proudfoot alza le spalle. Lui non ci crede. «La verità è che stiamo andando verso il disastro».