Gran Bretagna. Oltre 200 mila giovani in fuga dalle maxi tasseIl premier Cameron ha triplicato le rette

Fonte: La Stampa
di Andrea Malaguti

Il governo inglese ha scoperto di essere andato oltre. Di avere esagerato. Quando ha deciso di consentire alle università di triplicare le tasse, portandole da 3.200 a 9.000 sterline a partire dal prossimo anno per compensare un taglio ai bilanci di oltre un miliardo, era convinto che solo gli atenei davvero in difficoltà avrebbero applicato la quota massima. Pia illusione.

Mentre gli studenti scendevano in piazza per protestare contro la stangata, rimediando botte e cariche della polizia a cavallo, Oxford e Cambridge, aristocrazia assoluta dell’insegnamento superiore, comunicavano senza alcuna ombra di imbarazzo che per loro il raggiungimento del tetto più alto possibile sarebbe stato inevitabile. Persino doveroso. «Abbiamo bisogno di mantenere standard che ci consentano di reggere la competizione mondiale». L’effetto domino è stato immediato. «Se lo fa Oxford lo facciamo tutti». Panico. Che fine faranno i ragazzi delle fasce sociali più deboli? Chi la paga la loro retta?

L’ufficio nazionale di statistiche ha previsto che il debito medio di uno studente a fine corso nel 2015 sarà di circa 28 mila sterline. Soldi che potranno essere presi in prestito ma che dovranno essere restituiti nell’arco di trent’anni una volta che il neolaureato sarà in grado di garantirsi un salario di almeno 15 mila sterline. E’ la Big Society, una sgradevole ipoteca eterna sull’esistenza. «Migliaia di famiglie resteranno schiacciate, con questa riforma rischiamo di cancellare il futuro di un’intera generazione», ha sentenziato il leader laburista Ed Miliband. Le previsioni sembrano dargli ragione. L’Universities and Colleges Admissions Service (Ucas) ha calcolato che nel tentativo di evitare la botta del 2012, le richieste d’ammissione all’università saliranno a 705.500 entro la prossima estate, frantumando qualunque record precedente. «Ma i nostri atenei non saranno in grado di dire di sì a più di 479 mila persone. E’ questo è il tetto massimo imposto dal governo». Significa che 226.500 ragazzi dovranno rivedere le proprie aspettative al ribasso. Oppure andare a studiare altrove. Fuga di cervelli, una novità assoluta per il Regno Unito. «Tra un anno sarà ancora peggio. Riuscire a reggere i costi di un corso di laurea sarà un vero privilegio», ha chiarito Aaron Porter, presidente dell’Unione nazionale degli Studenti.

Improvvisamente terrorizzato dalla prospettiva, il sottosegretario all’Università David Willets - lo stesso signore sovrappeso e con pochi capelli rossi che dopo gli scontri davanti a Westminster aveva cinicamente sostenuto che «da sempre l’istruzione superiore seleziona i propri ingressi» - ha provato ieri a correre ai ripari. Così, dopo essersi consultato con l’Office for Fair Access, si è presentato davanti alle telecamere della Bbc e tradendo un evidente nervosismo ha spiegato che «il governo sta studiando un modo per impedire di applicare rette superiori alle 6.000 sterline a chi non garantiscono un accesso minimo agli studenti delle classi più deboli». La formula confusa di chi teme che la situazione stia precipitando.

Il dottor Wendy Piatt, direttore generale del Russell Group, che rappresenta le venti università più prestigiose d’Inghilterra, per la prima volta nel corso di questo burrascoso tentativo di riforma ha preso le distanze dal ministro. «È giusto che gli atenei facciano il maggior sforzo possibile per attirare i ragazzi meno fortunati, ma punirli se non dovessero farcela sarebbe davvero irragionevole». Chi lo paga, allora, lo scontro? Secondo il professor Steve Smith, presidente dell’Università della Gran Bretagna e vice rettore dell’Università di Exeter, non ci sono dubbi: i ragazzi. «Dei duecentomila studenti che non riusciranno a iscriversi quest’anno almeno centomila avrebbero le qualità per fare parte della classe dirigente inglese». Espulsi. In attesa che qualche altro Paese sia in grado di aprire loro le porte.